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RIFORMA PENSIONI/ Pensioni d’oro e prestito, la flessibilità che vale di più

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La ritengo una strada che si può percorrere, anche se preferirei introdurre dei criteri di flessibilità. La riforma Dini prevedeva che si potesse andare in pensione tra i 57 e i 65 anni, e ovviamente chi va a 57 anni prende un assegno più basso. C’era inoltre un paletto, in quanto ci si poteva ritirare dal lavoro a 57 anni purché si prendesse almeno il 120% della pensione sociale. Oggi reintrodurre questo concetto con i coefficienti di trasformazione che già esistono sarebbe molto semplice.

 

Lei quali penalizzazioni introdurrebbe per chi va in pensione prima del previsto?

Non si tratta di introdurre delle penalizzazioni, ma semplicemente di applicare i coefficienti di trasformazione tra i 62 e i 71 anni. Chi resta fino a 70 anni prenderà una pensione enorme, al contrario di chi si ritirerà dal lavoro a 63 anni. Sotto ai 63 anni non scenderei, mentre per le donne che hanno avuto dei periodi di maternità attribuirei un riconoscimento sottoforma di uno sconto di anni.

 

Quali altri meccanismi correttivi ritiene necessari?

Va riconosciuto qualcosa anche ai lavoratori precoci, cioè a quanti hanno iniziato a lavorare prima dei 19 anni: per questa categoria di lavoratori la riforma Dini aveva previsto un anno e mezzo di sconto ogni anno lavorato. Senza andare sul prestito pensionistico, è sufficiente introdurre un principio di flessibilità per i cosiddetti precoci e per le donne con maternità e porre un tetto minimo al di sotto dei 63 anni. Con una speranza di vita a 79 anni per gli uomini e 84 per le donne, non si possono pagare 30 anni di contributi e rimanerne 27 in pensione.

 

(Pietro Vernizzi)

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