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Lavoro

SPILLO/ Le verità sul sindacato di cui nessuno parla

L’attualità e alcuni commenti interrogano ultimamente sul ruolo del sindacato in Italia, sempre più in difficoltà a rappresentare i lavoratori. L’analisi di FIORENZO COLOMBO

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Alcuni recenti interventi sul sindacato, sul suo ruolo in Italia e sulle necessità che esso adegui strategie di azione e iniziative operative al servizio degli interessi generali e del bene comune (vedi su questo giornale, in particolare, Massimo Ferlini e Daniel Zanda), pongono il “dito nella ferita” degli assetti sociali e di come il Paese si è configurato, dagli anni ‘60 del secolo scorso in poi. Ma chiariamo una cosa, spesso ovvia ma non scontata: parliamo di sindacato ovvero di cosa parliamo?

È come se parlassimo di sistema politico facendone di “tutta un’erba un fascio”, a prescindere dalle responsabilità, dalle specifiche formazioni, dai singoli partiti, nati, morti e trasformati nel corso delle diverse fasi della Repubblica, dai ruoli di governo, di opposizione o di neutralità (l’italica astensione…). Dovremmo (e, forse, dobbiamo) parlare di sindacati, cercando di dare un nome e un cognome alle singole formazioni, un modo di segnalare e riconoscere (per così dire) fatti e misfatti, dando a Cesare quel che è di Cesare.

In questo senso un plauso a Ferlini per il riconoscimento del ruolo della Cisl, che, in alcune aree dell’ex parastato protetto e in alcune vicende industriali (la Fiat in primis), ha saputo assumersi le proprie responsabilità a viso aperto, abbandonando logiche di mero interesse a breve per guardare ai beni di maggior stabilità e durevolezza, quali gli assetti delle imprese e le conseguenze in termini di prospettive dell’occupazione e del reddito.

Non che la Cisl e alcune sue strutture siano esenti da peccati, ma occorre dare atto a Bonanni e ad alcuni capi delle strutture di categoria e periferiche, ad esempio i segretari della Lombardia e della Sicilia, regioni dove sono concentrate sul piano industriale, sociale e di evoluzione del welfare le maggiori e più rilevanti problematiche collegate alla dinamica cittadini/beni/risorse disponibili, dobbiamo dare atto, dicevamo, che queste scelte di concretezza e responsabilità non sono indolori.

Non può sfuggire a nessuno, salvo coloro che non hanno mai visto come sono fatti i luoghi di lavoro, che la dinamica della rappresentanza (e in particolare quella specifica sindacale) è un legame molto stretto, correlato a cose e fatti sociali da produrre ovvero segnalare esigenze entro cui rispondere con cose  concrete in termini di tutele contrattuali, di reddito e di servizi sociali, il cosiddetto welfare integrativo (il secondo welfare, per dirla con Maurizio Ferrera).

Non è immediato, con l’acuirsi della crisi e con il ridimensionamento delle imprese, affermare che il mantenimento delle imprese stesse, seppur riorganizzate e ristrutturate, è il primo obiettivo delle vertenze sindacali e solo successivamente negoziare quali tutele sociali introdurre, per rendere accettabili ridimensionamenti del reddito, sospensioni e rescissioni dei rapporti di lavoro.