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Lavoro

JOBS ACT/ Cgil, lo "sgambetto" fallito a Renzi

Susanna Camusso (Infophoto)Susanna Camusso (Infophoto)

Circa invece la presunta violazione del principio dell’impossibilità di utilizzare i contratti a termine per soddisfare esigenze durevoli e permanenti del datore di lavoro, il legislatore italiano ha certamente individuato sia un limite temporale (36 mesi), sia un numero massimo di proroghe del contratto, ossia 5. Ciò secondo il sindacato sarebbe insufficiente, poiché in ogni caso il termine sarebbe tanto esteso da consentire un abuso ai danni del lavoratore. La tesi in questione sarebbe altresì suffragata dalla giurisprudenza comunitaria, che (con la sentenza C-378/07 Angelidaki) ha affermato il principio secondo cui la compresenza di due delle misure previste dalla clausola 5 dell’Accordo quadro, recepito nella direttiva 99/70, nella fattispecie ragioni oggettive e durata massima totale, non è sufficiente a giustificare i rapporti a termine, qualora con essi venga soddisfatta un’esigenza stabile.

Ancora un volta, tuttavia, non si considera che la Legge 78 prevede un limite massimo, piuttosto basso per la verità, che annulla il rischio che il contratto a termine divenga la forma di occupazione preminente. Inoltre, per fare un raffronto sulla convenienza delle due tipologie contrattuali, a termine e a tempo indeterminato, sarà necessario attendere la veste definitiva del contratto a tutele crescenti che dovrebbe costituire la forma fisiologica di occupazione.

In definitiva, sull’altare dell’incremento occupazionale, tutto ancora da dimostrare, si sono sacrificati alcuni diritti dei lavoratori ma non in misura tale da confliggere con la normativa comunitaria in tema di rapporti di lavoro a termine.

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