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JOBS ACT/ Cgil, lo "sgambetto" fallito a Renzi

La Cgil ha presentato un ricorso alla Corte di giustizia europea contro il decreto Poletti convertito in legge, prima tappa del Jobs Act di Renzi. Il commento di GABRIELE FAVA

Susanna Camusso (Infophoto) Susanna Camusso (Infophoto)

È di qualche giorno fa la notizia che la Cgil, accodandosi a una serie di altri ricorsi sulla medesima materia, ha sottoposto al vaglio della Corte di giustizia Ue la Legge n. 78, meglio nota come Jobs Act. A freddo può essere interessante valutare se il ricorso in questione abbia solo una finalità di disturbo politico, ovvero goda di un certo fondamento giuridico. La prima questione affrontata dai ricorrenti è quella della violazione della Direttiva 99/70: il preambolo dell’Accordo quadro europeo, recepito nella citata direttiva, e la Corte di Giustizia sanciscono che il beneficio della stabilita` dell’impiego e` un elemento portante della tutela dei lavoratori. Secondo la Cgil, il decreto Poletti e la successiva legge di conversione contrasterebbero, oltre che con la ratio della normativa europea, con lo stesso dettato normativo, in quanto la riforma amplia notevolmente la possibilità di ricorrere al contratto a tempo determinato, andando così a intaccare la forma preminente di rapporto di lavoro, ossia quello a tempo indeterminato.

Le misure previste dalla clausola 5 dell’Accordo quadro recepito nella Direttiva 1999/70 per prevenire gli abusi derivanti da un uso improprio del rapporto di lavoro a tempo determinato dovrebbero concretizzarsi in: a) ragioni obiettive per la giustificazione del rinnovo dei contratti a termine, b) una durata massima del rapporto a termine, c) un numero massimo di rinnovi. Peraltro la norma chiarisce la natura alternativa delle succitate limitazioni, affermando che gli stati membri sono tenuti a porre in atto “una o più misure” tra quelle elencate. In sostanza il punto fondamentale perché il ricorso al contratto a termine sia legittimo è che l’esigenza soddisfatta dal datore di lavoro sia temporanea e non stabile. In questo senso anche la giurisprudenza della Corte europea, peraltro citata dalla stessa Cgil.

Non esiste quindi un obbligo espresso di indicazione della ragione dell’utilizzo del contratto a tempo determinato, poiché come detto l’indicazione delle “ragioni obiettive” è solo una delle misure indicate in forma alternativa per prevenire l’abuso in tema di rinnovo del contratto a termine e non è presupposto dell’apposizione del termine tout court. Pertanto, in punto di violazione delle regole di causalità dei contratti e di “ragione oggettive”, il ricorso proposto dinnanzi alla Corte di giustizia europea appare infondato.

Quanto sopra è ancora più vero se si considera che il legislatore italiano, sebbene abbia abrogato la necessità di una motivazione specifica per il contratto a tempo determinato, ha introdotto un limite oggettivo al numero di contratti di questo tipo (20% del totale).