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Lavoro

SPILLO/ Riforma pensioni e ammortizzatori sociali, tutti gli ostacoli "made in Italy"

Negli ultimi giorni si è tornati a parlare di interventi sulle pensioni per reperire risorse utili ad aiutare chi è più in difficoltà. Il commento di MASSIMO FERLINI

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C’è spazio, nell’ambito dei tagli alle spese che si dovranno compiere, per risparmi di solidarietà imposti? Mi pare questo il quesito che sta alla base della possibilità, avanzata (e poi ritirata) in questi giorni, di un taglio alle pensioni più alte per spostare risorse verso un nuovo sistema di ammortizzatori sociali. Contro questa impostazione pesano sia le obiezioni di principio tipo “non si possono toccare i diritti acquisiti”, sia la sentenza con cui la Corte costituzionale ha bocciato provvedimenti analoghi fatti dai governi Berlusconi e Monti.

Avendo alle spalle una sentenza, immagino, da ignorante delle questioni prettamente giuridiche, che si possa da quella individuare la strada per attuare il provvedimento nel rispetto delle regole giuridiche esistenti o attraverso strumenti legislativi che lo legittimino. Restano però le questioni di fondo. Tutte le decisioni degli ultimi anni stanno fra la Scilla e Cariddi del senza oneri per lo Stato e senza toccare i diritti acquisiti. È difficile così mettere mano al sistema di previdenza e assistenza che sostengono il contratto sociale che regge il mercato del lavoro e lo sorregge dalle fasi di crisi. Perché questa è la decisione che bisogna schiodare assieme alle nuove norme sui contratti di lavoro e che può dare sostanza al Jobs Act non riducendolo solo a un manifesto di grida manzoniane.

In discussione vi è certamente tutta la parte relativa al contratto a tempo indeterminato con tutele crescenti nel tempo e la struttura di un nuovo Statuto dei lavoratori. È una parte essenziale per adeguare le regole a un mercato del lavoro che è cambiato in questi anni e che apre una sfida rivolta alle organizzazioni sindacali e aziendali per una svolta nella contrattazione che punti su occupazione e produttività. Questa parte essenziale del Jobs Act sarebbe però sterile se non supportata da una riforma dei servizi per il lavoro che renda efficiente il nostro mercato introducendo quella flexsicurity indicata dall’Europa come il modello efficiente di servizi di supporto a un mercato del lavoro funzionale.

Nel sistema dei servizi registriamo due anomalie. Da un lato servizi pubblici al lavoro che per adeguarsi ai parametri europei dovrebbero quasi decuplicarsi sia in termini di sedi che di occupati. In secondo luogo, non abbiamo un sistema di ammortizzatori sociali che copre universalmente la popolazione. È evidente che tentare di ottenere in un unico provvedimento l’adeguamento al sistema europeo non ci è consentito dalle risorse che sarebbero necessarie.