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IL CASO/ Scuola chiama aziende, in gioco il lavoro per i giovani

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Già un anno fa, a fine giugno, il consiglio dei ministri in un articolo, poi stralciato, del decreto su «Disposizioni in materia di istruzione, formazione e enti di ricerca», aveva prospettato questo nuovo raccordo tra formazione e lavoro. Oltre i progetti, regionali o degli Uffici scolastici regionali, di alternanza già attivi da anni, ma che toccano poche decine di studenti per scuola, cioè appena l’8,7% del totale. Già allora si era compreso che non era possibile costruire «interventi urgenti per la promozione dell’occupazione, in particolare giovanile» senza coinvolgere anche l’istruzione e formazione scolastica, professionale e universitaria.

Il nuovo decreto interministeriale copre quell’esigenza? O si tratta del solito intervento tampone che non incide sulla struttura-base, organizzativa e didattica, anzitutto, del mondo della formazione? Allora vi era stata, al comma 1 dell’articolo 4 dello schema di decreto, una chiara scelta, di 5 milioni, per l’ampliamento del Fondo per gli Its. Non si trattava di risorse aggiuntive, bensì di uno spostamento di fondi tra voci di bilancio dello stesso Miur; tuttavia la scelta appariva corretta per la volontà di valorizzare il canale non universitario di formazione terziaria tanto diffuso in Europa quanto inconsistente in Italia.

Di converso, oltre agli Its, varrebbe la pena spendere un po’ di tempo per capire la situazione della formazione professionale regionale, in modo da avere un quadro preciso su tutta la filiera formativa.

Intanto il tema dell’alternanza è diventato, da refrain bipartisan, scelta operativa, cioè di struttura. Pur in un quadro di immobilismo ordinamentale, contrattuale, culturale. Sapranno, queste scelte, produrre un progressivo scardinamento di quell’immobilismo? Per intanto, continua a crescere la disoccupazione…

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