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RIFORMA PA/ Pensioni, lavoro e risparmi: le “promesse” tradite da Renzi e Madia

Il decreto Madia è finalmente legge dopo un iter parlamentare alquanto travagliato che ha richiesto un estensivo utilizzo della fiducia. Il commento di GABRIELE FAVA

Matteo Renzi e Marianna Madia (Infophoto) Matteo Renzi e Marianna Madia (Infophoto)

Il decreto Madia è finalmente legge dopo un iter parlamentare alquanto travagliato che ha richiesto un estensivo utilizzo della fiducia. Ancora una volta, tuttavia, la sensazione a caldo è che la riforma sia tale più sulla carta che nella sostanza. Non va dimenticato, infatti, che quello del governo Renzi è l’ultimo di una sequela di interventi sulla Pa, che hanno preso avvio anni fa e che non hanno portato a risultati apprezzabili. L’impressione che sia sprecata un’occasione è ancora più netta se si guarda al contesto internazionale in cui vede la luce la riforma.

Il cambio di rotta, non solo in tema di amministrazione pubblica, è auspicato da più parti e il Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha ribadito giovedì che il decremento del Pil (-0,2% nell’ultimo trimestre) è sostanzialmente dovuto agli insufficienti investimenti privati, che possono essere stimolati solo attraverso una fiscalità più favorevole e delle riforme non solo formali. Non si può riformare alcunché senza che vi sia una copertura ed ecco che nel testo definitivo il decreto Madia accantona la “quota 96” sul pensionamento nella scuola, per cui tramonta il 31 agosto come possibile data per la pensione di 4.000 insegnanti. Renzi tuttavia promette di riparlarne dopo lo stop estivo.

Non si comprende allora l’intervento di segno opposto in tema di dirigenza pubblica che attua un possibile prepensionamento, in anticipo di 4 anni rispetto al limite dei 66 anni, escludendo però, e questa è una novità dell’ultima fase dell’iter parlamentare, magistrati, professori universitari e primari. Evidentemente categorie così “arroccate” nelle rispettive posizioni da essere intoccabili.

Sempre in tema di dirigenza pubblica, del tutto discutibile è la norma che consente agli enti locali l’assunzione per contratto a termine, quindi senza passare attraverso un regolare concorso, dei dirigenti, con un margine di discrezionalità più ampio, che passa dal 10% al 30% dei posti della pianta organica. È poi previsto che per gli enti “virtuosi”, ossia quelli che agiscono nel rispetto dei limiti di spesa, non si applichi alcuna limitazione. Se dunque è la meritocrazia a guidare la mano del legislatore non si comprende perché innalzare per tutti gli enti, anche quelli lungi dall’essere virtuosi, la possibilità di assunzione per contratto a tempo determinato dei dirigenti. Ciò anche in considerazione che l’assunzione diretta senza concorso si presta, nel settore pubblico, ad abusi che è facile immaginare.