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Lavoro

SPILLO/ Così la Fiom tiene lontano Renzi dall'articolo 18

Maurizio Landini (Infophoto)Maurizio Landini (Infophoto)

Un’altra cosa che il Governo, anche potendo, non deve fare è introdurre un nuovo contratto di lavoro, il cosiddetto contratto unico, con o senza il correttivo della ricollocazione di Ichino. Non deve perché il contratto unico ha perso di attualità, da quando nel (lontano) 2010 con il disegno di legge Nerozzi è stato seriamente portato in Parlamento come soluzione alla crisi del mercato del lavoro.

Questo contratto nasce infatti con la finalità di attenuare gli effetti dell’articolo 18 per indurre le imprese ad assumere a tempo indeterminato. E così prevede una tutela crescente dal licenziamento: blanda per i primi anni di lavoro, più forte per gli anni successivi. Ma dalla riforma Fornero l’articolo 18 non fa più paura. Eppure le imprese non assumono a tempo indeterminato. E anzi, ricorrono sempre di più al contratto a temine, che, a giudicare dai recenti intereventi normativi, è quello che ha avuto invece realmente appeal sul Governo.

La cosa, infine, che il Governo deve fare bene è in fretta è creare lavoro con la mano pubblica, per ripartire. Perché la nostra economia ha storicamente giovato di forti investimenti pubblici in momenti di crisi. Come è ad esempio accaduto nel Meridione, dagli anni ‘60, quando lo Stato ha promosso la creazione dei grossi poli di matrice perrousiana, da quello di Taranto a quello di Gela. Perché “sbloccare” l’Italia significa soprattutto questo.

E così, se tra qualche anno ci saranno più cantieri aperti che annunci sull’articolo 18 e sul contratto unico, gli italiani avranno della deflazione di questi giorni solo un brutto ricordo.

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COMMENTI
01/09/2014 - la flessibilità in uscita, il reintegro (alberto servi)

Il ridimensionamento dell’art. 18 fatto dalla Fornero non risolve. Nel mondo, il rapporto di lavoro in uscita è definito con una transazione economica, lontano dai tribunali e dai Magistrati. La norma che prevede il reintegro non favorisce l’occupazione. Le PMI (PiccoleMedieImprese) costituiscono in Italia oltre il 90% delle attività industriali produttive. Hanno un numero massimo di dipendenti che è 15. Le dimensioni sono direttamente collegate con il prodotto, la clientela, il fatturato e i costi. Una PMI ha limitata la sua dimensione e precluse opzioni di sviluppo. Se assume un 16mo addetto ricade nell'art.18 e rischia il reintegro dal magistrato. C'è di conseguenza l'impossibilità di aggregazione tra le piccole imprese per creare dimensioni volte alla riduzione dei costi e a favorire economie di scala. Sono così impedite le riorganizzazioni aziendali e i tentativi d’inseguimento della domanda alla ricerca di migliori ritorni economici e occasioni per offerte di lavoro. La Camusso ha ragione nel condannare la loro scarsa competitività ma come segretario della CGIL si guarda bene dal valutare le attese della platea dei senza lavoro che sarebbero favoriti da una rinascita dell’attività imprenditoriale. Senza andare tanto lontano, in Italia non ci sarà mai, non dico una Multinazionale Italiana, ma almeno un panorama di Aziende di più grandi dimensioni delle nostre PMI così come esistono all’estero, dove il reintegro nel posto di lavoro non esiste.