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Lavoro

SPILLO/ La riforma che vale più di articolo 18 e 1000 giorni

Si discute di articolo 18, Jobs Act e riforme fondamentali per il Paese. Ma c’è qualcosa di più importante, ci spiega GIUSEPPE SABELLA, per il futuro dell’Italia

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Caro direttore,

Mentre ancora una volta si discute di riforma del lavoro, prima l’Ocse e poi il Centro studi di Confindustria ci ricordano la triste realtà del nostro Paese: l’Italia resta in recessione; forse, l’anno prossimo, avremo una leggera crescita. Proprio in merito alla situazione difficile della nostra economia, di recente il Forum Ambrosetti ha consegnato alle cronache un decalogo delle misure che la voce delle professioni vorrebbe vedere attuate per la ripartenza. Si tratta di priorità quali la riduzione del carico fiscale, il taglio della spesa pubblica, lo sviluppo delle infrastrutture, le liberalizzazioni, la riforma della giustizia civile, l’innovazione, ecc. Sono punti entrati nel dibattito ormai da tempo, a Cernobbio hanno lasciato fuori la semplificazione della Pa e il costo dell’energia (in Italia è del 30% superiore alla media europea), ma per il resto c’è tutto.

Ma non è del Forum Ambrosetti che voglio parlare, bensì di questo dibattito, che è il medesimo che trova spazio anche su queste pagine. Per questo sono a scriverti, e non certo per dirti che non sono d’accordo con quelle che ormai tutti abbiamo individuato come delle priorità, al di là di come poi possono essere attuate; anzi, concordo molto sulla precedenza assoluta assegnata al problema fiscale.

Ma da tempo, nel mio lavoro di analista del mercato, cioè di chi interloquisce e ascolta i suoi attori che sono impresa e lavoro e, anche, le loro rappresentanze e gli intermediari privati, penso che si parli poco di mercato. Il mercato, in fondo, è la nostra materia prima per la crescita. E proprio di questo vorrei parlare. Vorrei mettere l’accento sul fatto che tutto il dibattito sulla competitività del nostro sistema, e quindi delle nostre imprese, dà per assunto che queste siano pronte e attrezzate per la competizione. Cioè, parliamo e invochiamo condizioni migliori per la competitività e per la competizione delle nostre imprese, ma assumiamo come dato che, una volta realizzate queste condizioni, la nostra economia torni a crescere.

Non vi sono dubbi sul fatto che questi interventi siano indispensabili, ma se guardiamo alla realtà del nostro mercato ci accorgiamo che certi usi e costumi piuttosto tipici ne hanno impedito di molto l’innovazione. L’ultimo dato di Unioncamere parla dell’85% dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro generato dal canale informale (ossia dalla rete delle conoscenze). Parlo del familismo che contraddistingue la nostra economia, parlo delle “raccomandazioni”, temine addirittura adottato da The Economist quando parla dell’economia italiana. Ma c’è di più: la corruzione, ovvero l’espressione più patologica del familismo, è in Italia oltre ogni livello di sostenibilità; la Commissione Europea, che ne monitora il livello nei singoli stati membri, ha calcolato che il livello di corruzione in Italia equivale alla somma dei singoli livelli degli altri 27 paesi.


COMMENTI
19/09/2014 - verissimo..... (max gibi)

Sono pienamente d'accordo. In ogni ambito economico le assunzioni vengono decise dal maledetto sistema delle "raccomandazioni", a prescindere dalle capacita'/qualita' richieste, alla faccia dello strombazzato sistema pubblico e privato di accesso al lavoro. Se guardo all'esperienza della mia azienda, solo il 5% del personale e' stato assunto "non raccomandato" !!! Mio figlio ventenne, infatti, non essendo un raccomandato, ha impiegato quasi due anni per trovare uno straccio di lavoro iper-precario e sottopagato...Io sono arrivato alla conclusione che il nostro Paese sia irriformabile e che solo un evento traumatico, da noi subito, possa smuovere le acque stagnanti !!!