BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

ARTICOLO 18/ Ecco perché in Italia non serve "cancellarlo"

Il Governo ha presentato un emendamento al Jobs Act: il contratto a tutele crescenti è ancora un enigma, ma si vuole superare l’articolo 18. Il commento di DANIEL ZANDA

InfophotoInfophoto

Torna all’ordine del giorno del dibattito politico il tema del lavoro, e giustamente appare prioritario, per questo Governo, affrontare il tema dell’occupazione e della desertificazione industriale che colpisce il nostro Paese da ormai diversi anni. Stranamente, tuttavia, il vento di novità che si prefigge di introdurre il Governo nella politica italiana ha il sapore del vecchio dibattito (trito e ritrito) sull’articolo 18.

Parliamo di questa norma e non del contratto a tutele crescenti, in quanto su questa nuova tipologia contrattuale, oltre agli annunci e slogan, non esiste nessun documento ufficiale che ne illustri contenuti, forme e modalità applicative. Personalmente (e una buona fetta del sindacato) non è contraria a priori a una “sospensione” degli effetti dell’articolo 18 sui nuovi contratti, per una ragione semplicissima: oggi l’articolo 18 non esiste più nel 90% reale dei rapporti di lavoro. Come ben sappiamo, il tessuto aziendale dei luoghi di lavoro è costituito per la maggioranza da piccole e medie imprese, le quali, avendo meno di 16 dipendenti, non vedono applicati gli effetti dell’articolo 18.

Ma sussiste una seconda questione: se analizziamo i dati delle comunicazioni obbligatorie sugli avviamenti al lavoro, la stragrande maggioranza è costituita da tipologie contrattuali temporanee, dove non si corre nemmeno il rischio di dover licenziare, perché il rapporto termina con la scadenza naturale del contratto. Avendo inoltre ampliato le proroghe dei contratti a tempo determinato da 1 a 5 (il recente decreto Poletti) e avendo eliminato le causali, un datore di lavoro può in tutta tranquillità assumere anche per periodi brevi un lavoratore, prolungargli di volta in volta il contratto e poi lasciarlo tranquillamente a casa!

Abolire l’articolo 18 non risolverà il problema della competitività industriale delle imprese, anche perché in Italia alla tanto paventata impossibilità di licenziare un lavoratore, vi è l’estrema facilità a licenziarne dai 5 in su tramite la procedura collettiva (almeno nelle medie e grandi aziende).

Proviamo infine ad analizzare quella fetta residuale ed estremamente minoritaria dei rapporti di lavoro che oggi si interrompono con un licenziamento illegittimo individuale. Cosa avviene? Il lavoratore viene licenziato e riceve una indennità risarcitoria, proprio quello che sembra prevedere il Jobs Act, nonostante il fatto che oggi l’articolo 18 sia ancora in vigore. Con una differenza però: oggi il risarcimento viene contrattato e domani sarà imposto dalla legge. Noi siamo sempre a favore della contrattazione, rispetto alla legislazione, perché il primo strumento, nella logica sussidiaria, affida ai protagonisti, alla luce del caso specifico, la responsabilità di dirimere la controversia e trovare una soluzione adeguata e pertinente. Quindi, a mio modesto parere, il provvedimento denominato Jobs Act e le relative modifiche a oggi annunciate non portano un drastico cambiamento per i lavoratori, ma nemmeno per le imprese e per l’occupazione.


COMMENTI
21/09/2014 - Il sacramento dell'art. 18 (alberto servi)

Cofferati e i suoi tre milioni di adunati a piazza S. Giovanni a Roma quando hanno detto NO alla revisione dell'art. 18 non hanno visto al di là del proprio naso. Da allora è continuata la condanna dell'imprenditore affamatore, l'impossibilità per le PMI di ingrandirsi per i costi, le economie di scala e accedere ad altri mercati, il deserto dei capitali d'investimento, la scomparsa di samaritani per intraprendere una qualche attività e offrire lavoro e dulcis in fundo la DELOCALIZZAZIONE. Complimenti a Cofferati e ai tre milioni di avveduti. L'art. 18 è considerato un obbligo sacramentale, un sacramento. Dai sacramenti si può uscire come abbiamo fatto con quello del matrimonio nel '70 con la legge Fortuna.

 
20/09/2014 - Classico benaltrismo? (Carlo Cerofolini)

Non è che questo sia un classico esempio di benaltrismo?

 
20/09/2014 - #iproblemidellitaliasonoquesti (Giuseppe Crippa)

Dispiace vedere che un sindacalista giovane come Zanda non colga l’importanza della cancellazione di questo vincolo anacronistico all’attività degli imprenditori, unici soggetti, è necessario rammentarglielo, che creano veri “posti di lavoro”. Probabilmente Zanda scrive questo articolo perché così vogliono i suoi “datori di lavoro” (gli iscritti alla CISL) che sono per la maggior parte pensionati difesi per una vita dall’art. 18 o lavoratori di aziende con più di 15 dipendenti tuttora ansiosamente bisognosi di questa tutela per un riflesso condizionato e del tutto indifferenti, se non a parole, al fatto che altri non ne godono. L’art. 18, che si applica comunque ancora a 9 milioni di lavoratori (su 20 milioni di occupati a tempo indeterminato) ostacola lo sviluppo delle imprese italiane costringendole ad un artificioso nanismo e scoraggia l’arrivo di imprese estere che potrebbero produrre nel nostro paese. Altro che #iproblemidellitaliasonoaltri! Proviamo a togliere questo tabù almeno ai neoassunti, poi vedremo i risultati in termini di nuove assunzioni a tempo indeterminato. PS Sono anch'io un "datore di lavoro" di Zanda, cioè un iscritto alla CISL, ed è per questo che mi permetto di usare questo tono verso un "mio dipendente".