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JOBS ACT/ I “difetti” che frenano il contratto a tutele crescenti

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Diciamo che affinché non sia inutile sarà assolutamente necessario rivedere la disciplina del contratto a tempo determinato o rimodulare quella del contratto a tutele crescenti in modo che si rendano compatibili l’uno con l’altro, e non ci sia un sostanziale inutilizzo del contratto a tutele crescenti in favore di un contratto che costa di meno. L’altro punto da valutare con grande attenzione riguarda ciò che accadrà dopo il biennio. Se abbiamo comunque una disapplicazione dell’articolo 18 dopo il biennio, il rischio è che si generi un ulteriore dualismo del mercato. Da un lato avremmo i lavoratori iper-protetti con un contratto vecchio stile stipulato secondo le regole preesistenti, cioè con l’articolo 18. Dall’altra invece avremmo i neo-assunti che si porteranno dietro per sempre la tutela indennitaria e non quella re-integratoria.

 

Quindi anziché ridursi si accentuerà la “discriminazione” tra lavoratori di serie A e di serie B?

Proprio così. Noi non possiamo permetterci di accentuare una differenziazione di tutele che già purtroppo affligge il nostro mercato del lavoro. Occorre capire come sia possibile una convergenza tra i due sistemi, cioè quello che prevede l’articolo 18 e quello che si basa sulla tutela del reintegro solo per i licenziamenti discriminatori. Questi sono i due nodi fondamentali, e non sono eludibili perché se oggi la norma dovesse uscire senza affrontare questi due nodi avremmo dei grossi problemi, sia per quanto riguarda il contesto della normativa relativa alla tutela dei licenziamenti, sia intermini di politica europea del lavoro, che ci impone di evitare il più possibile una distinzione tra lavoratori tutelati e non tutelati.

 

(Pietro Vernizzi)

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