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ARTICOLO 18/ "L'ideologia" del posto fisso che blocca l'Italia

Mentre il Governo cerca di cambiare il mercato del lavoro con il Jobs Act, la stessa sinistra si spacca e i sindacati protestano. Il commento di MASSIMO FERLINI

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L’articolo 18 non si tocca. Appena il Governo ha reso più evidenti le finalità degli interventi compresi nel Jobs Act è ricominciato il rullo dei tamburi sindacali e della cosiddetta sinistra per cercare di bloccare tutto il processo di riforma. Perché a dire la verità dietro le prese di posizione sull’articolo 18 si nasconde la pretesa di una parte della sinistra ex comunista e di parte del mondo sindacale di difendere il proprio potere di veto sulla possibilità di riformare le fonti regolative di contratti, mansioni e codice del lavoro che bloccano il nostro mercato del lavoro, regalandoci il triste primato del mercato del lavoro meno mercato (cioè immobile) fra tutti quelli dei paesi sviluppati.

L’articolo 18 in sé è ormai un paravento, è già di fatto indebolito dagli ultimi interventi legislativi, riguarda un numero limitato di lavoratori dipendenti, non è peraltro nemmeno citato dall’emendamento governativo che è stato avanzato al Senato. L’emendamento indica alcuni interventi generali di semplificazione-adeguamento di norme: il lavoro accessorio, i controlli a distanza, la possibile sperimentazione del salario minimo e un maggiore coordinamento per le attività di controllo e vigilanza. Pone però due punti: un testo organico semplificato della disciplina delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro e l’introduzione di un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione alla anzianità di servizio.

C’entra l’articolo 18? Certo, può essere rivisto alla luce di una delega che chiede di mettere mano all’indice dei diritti e delle tutele e quindi si scriverà qualcosa di nuovo augurandoci che dai veti non esca qualcosa di peggio. Con i toni di contrapposizione avanzati la sinistra politica e sindacale appare come il vecchio Candido che viveva sempre nel migliore dei mondi possibili. Oggi noi abbiamo invece il peggior mercato del lavoro possibile, con una profonda ingiustizia nelle tutele fra garantiti e non garantiti, fra chi gode di tutele a 360 gradi e chi non ha né diritti né tutele, un sistema che ha i peggiori standard di valutazione nei percorsi scuola-lavoro e che ha una bassissima mobilità e da cui non si può uscire senza smuovere le norme fondamentali.

Il prezzo della situazione attuale è certo pagato perlopiù dai giovani che non entrano nel mercato del lavoro o vi entrano con contratti penalizzanti. Ma come dimostrato ormai da più ricerche economiche, un mercato immobile fa sì che aumentino forme di auto-occupazione a scapito della modernizzazione e crescita della dimensione di impresa nel settore dei servizi e crea un tetto anche a quanto il lavoro dipendente riceve in termini salariali. Infatti, una quota del salario è sottratta da una sorta di assicurazione al posto e diventa fattore che limita salario e mobilità.