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Lavoro

Dobbiamo aiutare i giovani a riscoprire il lavoro manuale

È da poco uscito un libro di Paola Caravà dedicato all’importanza del lavoro manuale. LUCA VALSECCHI spiega perché è importante per i nostri giovani e per il Paese

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La sfida è di quelle epocali: riportare il lavoro manuale a essere l’orgoglio del nostro Paese. Dopo decenni di sottovalutazione, se non vera a propria demonizzazione, le attività legate alla manualità, al saper fare, tornano a riscuotere l’interesse di molti. Inclusi parecchi giovani disposti a mettersi in gioco per acquisire un’abilità che divenga il mestiere del loro futuro. Sul tema è uscito di recente un interessante saggio curato da Paola Caravà (Il lavoro manuale, 132 pagine, 20 euro, Guerini Next 2014). «Il lavoro manuale deve tornare a essere l’orgoglio del nostro Paese e il made in Italy è un patrimonio, forse l’ultimo, che non dobbiamo rischiare di perdere», afferma l’autrice, e a tutto questo i giovani possono dare una grande mano», spiega la Caravà, «a patto però che li aiutiamo a liberarsi dai pregiudizi che le generazioni precedenti hanno creato».

E proprio qui sta la chiave di volta per superare il blocco, prima di tutto culturale, che ha tenuto lontano gli under 24 dai mestieri e in genere dai lavori manuali. «Il volume è particolarmente importante», spiega Luca Valsecchi, direttore generale di Gi Group Academy che ne ha firmato l’introduzione, «perché offre numerose storie di successo, testimoniate con passione dai protagonisti che non si sono limitati a “fare”, e bene, ciò che hanno realizzato, ma si sono impegnati a spiegarne con l’autrice i fattori portanti ed il valore emerso, per sé e per tutti».

Ma cosa offre il volume di così originale da meritarsi l’imprimatur di Gi Group Academy?

In un Paese come il nostro in cui troppo spesso famiglie, insegnanti e ragazzi tendono a considerare l’attività manuale come un’occupazione di serie B, nelle pagine della Caravà incontriamo uomini che si sono incamminati in avventure imprenditoriali che, ancor prima che costituire successi professionali, svelano un modo umanamente appassionante di esplorare le opportunità che la vita ci offre, per costruire qualcosa di buono.

Ma perché un giovane dovrebbe abiurare le scelte fatte da padri e madri e tornare al laboratorio artigiano, alla manualità?

Se ha in dono un talento, un gusto che lo attrae, la ragione è sotto gli occhi di tutti: il made in Italy è infatti una delle migliori espressioni che caratterizzano quel che noi italiani siamo e che abbiamo imparato a sviluppare, ad esempio attraverso manufatti di qualità e una grande capacità innovativa. Potremmo quasi dire che gli stimoli che contribuiscono a comporre la nostra percezione delle cose e della forma che vogliamo dare al nostro lavoro li respiriamo, spesso inconsapevolmente, nell’arte, nella cultura, nella tradizione, nell’educazione e nel paesaggio in cui siamo immersi.

Qual è, dunque la ricetta da seguire?

Per non dissipare questa ricchezza occorre tornare a quel che siamo, all’esperienza che rende possibile vivere e lavorare così: un’esperienza di bellezza, di capacità e di impegno che dobbiamo tenere viva in ogni modo.

E come?