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JOBS ACT/ La "cabina" che può cambiare il lavoro in Italia

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La vera matassa da sciogliere, ingarbugliata fin dai tempi della riforma del Titolo V della Costituzione, è quella dei rapporti tra Stato e Regioni. Titolari storici di competenze in materia sono i Cpi pubblici, che operano secondo quanto stabilito a livello regionale. L'intento, seppur buono, di lasciare alle Regioni la titolarità normativa in materia di politiche per il lavoro si è dimostrato fallimentare e ci ha condotto a un sistema dove a prevalere sono frammentazione e incertezza del diritto.

L'elevata conflittualità dei diversi livelli di governo che affligge il nostro sistema istituzionale è storia vecchia. Abbiamo da tempo bisogno di rimettere insieme i pezzi e di dare impulso a un processo che garantisca alle autonomie regionali e locali un coinvolgimento più proficuo e razionale nel circuito decisionale. A questa logica, ricordiamo, risponde il Disegno di legge costituzionale 8 aprile 2014 n. 1429 presentato dal Presidente Renzi e dal Ministro per le riforme costituzionali Boschi recante, tra le altre cose "Disposizioni per la revisione del Titolo V della parte seconda della Costituzione" e giacente tutt'oggi in Senato. Nel disciplinare nuove forme di coordinamento tra Stato e Regioni, l'art. 26 tocca il sistema delle autonomie territoriali e incide sul riparto delle competenze legislative, arricchendo la legislazione statale esclusiva di alcune nuove materie e funzioni. C'è qui dunque il tentativo di riportare le competenze in materia di lavoro allo Stato e di questo tentativo il Jobs Act deve tenere conto.

Con la cabina di regia dell'Agenzia nazionale, le competenze in materia di politiche per il lavoro, finora frazionate, saranno dunque (ri)centralizzate. A vederla così sembra una soluzione logica e fattibile. Ma ricordiamoci che sono 20 anni che parliamo di politiche attive senza davvero procedere a un cambio di indirizzo e non dimentichiamoci che la realtà, con l'esperienza di Garanzia Giovani, mostra l'incapacità del nostro Paese di gestire sistemi complessi di coordinamento, anche quando Piano e risorse ci vengono servite su un piatto d'argento.

Ciò detto, la necessità di riformare il sistema relativo alla gestione delle politiche attive e passive è sentita da tutti, operatori compresi. È difficile però parlare di qualcosa che non si conosce ancora. Questo è infatti l'impianto previsto solo in linea di principio e così come appare sembra una riforma talmente corposa e complessa dal punto di vista normativo da richiedere tempi lunghi per la sua realizzazione e soprattutto una regia illuminata, in grado di non portare ancora più nel caos un sistema già sofferente. 

Da una prima lettura non è possibile desumere se si riuscirà nell'intento. Molto dipenderà dalla capacità dei dirigenti di gestire il coordinamento, definire obiettivi facilmente misurabili e prestare attenzione all'effettiva implementazione della normativa. Attenti allora a scegliere bene i piloti di questa enorme cabina di pilotaggio della trasformazione del mercato del lavoro, se non vogliamo deragliare per l'ennesima volta. 

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