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SPILLO/ 2015, i contratti che mettono "all'angolo" i sindacati

Nel 2015 dovranno essere rinnovati diversi contratti collettivi: in uno scenario di deflazione sarà più difficile. Una vera e propria prova per i sindacati, come spiega FIORENZO COLOMBO

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Una recente conversazione con alcuni segretari nazionali delle diverse confederazioni sindacali ha permesso di intravedere i possibili scenari dell'azione sindacale stessa, alla luce dell'evoluzione del quadro politico e delle relazioni industriali nei diversi comparti produttivi del nostro Paese.

Il primo dato da rilevare è il fatto che le relazioni sindacali, nonostante le semplificazioni dei media, non possono essere valutate con omogeneità e linee comuni, stante la radicale diversità insita nei diversi settori, anche alla luce della frammentarietà e delle ridotte dimensioni delle imprese in Italia. Infatti, nelle industrie metalmeccaniche e nelle banche, nella Pubblica amministrazione e nei settori ad alta innovazione, nel commercio e nell'area dei media (potremmo andare avanti citando oltre 400 esempi, stante il numero dei contratti collettivi nazionali di settore registrati al Cnel) non possiamo rilevare grandi omogeneità di filosofie e comportamenti.

Anche le scritture delle diverse norme lasciano intravedere diverse scuole di pensiero e di storie, alcune delle quali risalenti all'inizio del secolo scorso (tali e tanti sono i trascorsi di alcuni settori manifatturieri): agricoli ed edili ad esempio, accanto ad altre aree del lavoro manuale e del commercio hanno fatto la storia della contrattazione collettiva, quale contributo ad affermare condizioni minime di tutela e di equità distributiva, partendo dalle primarie forme di regolazione del collocamento, anche con il fine di contenere larghe pratiche di caporalato discriminatorio verso donne, fanciulli e persone con provenienze territoriali "non molto gradite" (gli extracomunitari sono sempre esistiti…).

Fermo restando le grandi diversità sommariamente accennate e tenuto conto che il quadro economico non consente valutazioni molto positive, pur riconoscendo alcune innovazioni legislative introdotte dai recenti provvedimenti (Jobs Act e decreti collegati), gli scenari dell'azione sindacale presentano elementi di discussione assai rilevanti, con una particolare accentuazione degli elementi di criticità determinati dall'andamento dei tassi di rappresentanza e di rappresentatività.

L'abbandono delle affiliazioni alle organizzazioni datoriali di un sempre maggior numero di imprese, accanto alla lenta "erosione" degli iscritti ai sindacati, segnalano un costante affievolimento dell'azione delle Parti sociali, spesso preoccupate di un posizionamento politico rispetto al nuovo corso (il cosiddetto renzismo) piuttosto che di un'innovazione nelle azioni di tutela di aree sociali senza adeguata rappresentanza.

Nel 2015 scadranno gli accordi generali che hanno permesso di rinnovare i contratti collettivi senza grandi drammi sociali (salvo il settore dei metalmeccanici): in uno scenario di sostanziale deflazione le parti dovranno inventarsi soluzioni innovative per poter salvare il ruolo dei contratti collettivi, in quanto, per la prima volta, vi sono seri problemi a riconoscere incrementi retributivi non generati da un reale aumento della produttività del lavoro. Non potranno esserci aumenti salariali solo per il riconoscimento di un potere di acquisto da tutelare, i rischi di taluni sistemi sono tali che, in qualche caso, occorrerebbe restituire denaro alle imprese… paradossi della storia!