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Riforma pensioni 2015/ Le "colpe" e i numeri mancanti sulla flessibilità

Ora che la Legge di stabilità è stata approvata, sappiamo che gli interventi di riforma delle pensioni non contemplano la flessibilità. Il commento di MARIO CARDARELLI

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Nell'ultimo articolo pubblicato su queste pagine, me ne uscii con questo periodare: «Un approccio guidato dal risparmio dei costi, ma così raffazzonato da avere vita corta, soprattutto perché il "gioco delle tre carte" è, e resta sempre, emergenziale […] Per questo qualche tabella Istat, un pochino più approfondita avrebbe permesso di gridare "il Re è nudo". Mi si perdoni, ma si deve riconoscere che un giudizio positivo richiede che almeno i numeri siano sani. Infatti […] va anche compreso che non va rifatto il cosiddetto "Errore Fornero", assunto ormai a fattispecie. 

Ho scoperto con piacere che Matteo Renzi ha condiviso il giudizio sostanziale e il nominalismo formale di certi interventi richiesti a gran voce, creandomi, dopo aver detto anche lui "raffazzonato" in televisione, un profluvio di telefonate dirette a farmi confessare che ero io il consulente occulto della Riforma previdenziale per la flessibilità generalizzata in uscita, per la flessibilità, leva di turnover, e che preparavo chissà quante altre manovre segrete per aver riscontrato in precedenza che punti fondamentali nel Jobs Act sembravano essere stati presi di peso dai miei interventi e trasmigrati in atti di Governo. Sono sincero nel confessare di aver provato un minimo senso di soddisfazione per aver offerto solo un contributo, accompagnato tuttavia da un vago senso di preoccupazione per il fatto che le freccette - e non solo -, difficilmente da lanciare a Renzi, sembravano prediligere il mio non proprio smilzo profilo. E visto che in modo diretto o indiretto sono stato messo in gioco, mi si permetta allora d'intervenire su alcuni punti che, perdonatemi, trovo inqualificabili.

1) È vero, si è perso tanto tempo, ma i predecessori di Renzi gestirono l'emergenza e nessuno si prese l'onere (o l'onore ? - pensioni portano voti) di affrontare il tema nella sua globalità.

2) Per tre anni, dalla prima provocazione sull'intero problema di "riformare la riforma", ai continui solleciti verso non solo coloro che erano diretti interessati, (a partire da "Donna Lacrima"), ma anche verso chi poteva esserne sensibilizzato fortemente, nessuno - al di fuori di Giovannini e poi Damiano e Baretta - si mosse con un minimo atto concreto fino a quando scoppiò la bolla vera e propria.

3) Si tamponò il tamponabile con 12 miliardi di euro, che potevano essere risparmiati se qualcuna avesse avuto l'umiltà di riflettere 24 ore in più (mentre ora appare in pubblico per lezioni di Emergency) e se qualcun altro invece di gestire il suo decimo incarico all'Ospedale Israelitico di Roma si fosse preoccupato di far lavorare meglio l'Inps. Così se si udì a destra uno squillo di tromba, rispose a sinistra il rintocco delle campane e arrivò Salvini con la richiesta di Referendum. La riforma pensionistica con il suo detonatore rappresentato dalla flessibilità in uscita è diventato un tema di appealing generale, quasi quanto quello della nostra Nazionale.

Ora io non voglio difendere la triade, Renzi-Padoan-Poletti nello sport nazionale del "Piove governo ladro, non piove governo ladro" solo perché caso ha voluto (ma il caso non esiste) che si condividessero opinioni e linguaggi. No, la voglio difendere per la bontà delle posizioni, anche se all'apparenza tutto sono tranne che in bonis.

Il nostro Paese è senz'altro di risorse dotate di qualità eccezionali, ma non dotate spesso di oggettività e di senso pratico. Quello stesso che manca ai dietrologi. E di dietrologi sulla citata partita della flessibilità condotta da Renzi finora se ne sono visti tanti e tanti sono stati i loro interventi: interventi che si sono rincorsi, intrecciati, copiati e al tempo riempiti di "distinguo".