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Lavoro

RIFORMA PENSIONI 2015 / Oltre esodati e Opzione donna, i “dubbi” sulle novità della Legge di stabilità

La Legge di stabilità contiene novità sul fronte previdenziale, ma non si può parlare di una riforma delle pensioni che passerà alla storia, spiega WALTER ANEDDA

Giuliano Poletti (Infophoto)Giuliano Poletti (Infophoto)

Attendiamo di leggere il testo definitivo, ma dalle anticipazioni fatte dallo stesso Premier e depurandole dalla ormai consueta enfasi con la quale lo stesso le ha presentate, non credo che questa Legge di stabilità passerà alla storia; non di certo almeno per gli interventi sul fronte pensionistico. Sia ben chiaro: condivido assolutamente la scelta di rinviare il tema della flessibilità in uscita. Il tema è delicato (sia per gli oneri connessi, sia per i riflessi sociali) e necessita di una discussione seria e approfondita, soprattutto nel momento in cui molti cercano di strumentalizzarne il fine; per alcuni, infatti, la flessibilità, anziché essere elemento di responsabilizzazione previdenziale, diventa il veicolo attraverso il quale reintrodurre surrettiziamente le pensioni di anzianità cancellate con la Legge Fornero.

Il nostro sistema previdenziale sta ancora pagando (e pagherà per molti anni) gli effetti finanziari della abolizione degli “scaloni” (introdotti dalla riforma Maroni e cancellati poi dall’allora ministro Damiano); bene quindi se per non ripetere errori già commessi si rimanda ad altro provvedimento la valutazione e l’introduzione di sistemi flessibili di pensionamento.

Fatta questa doverosa premessa, e volendo entrare nel merito dei provvedimenti previdenzialmente rilevanti proposti nel Ddl Stabilità, non posso che apprezzare la necessaria proroga della cosiddetta “Opzione donna”, prendere atto dell’ultima (ma sarà l’ultima?) salvaguardia degli esodati e rappresentare un certo scetticismo sull’ipotesi del “part time pro pensione”.

Ma andiamo con ordine. Sul primo punto, si trattava di un atto dovuto. Il meccanismo che concede la possibilità alle donne (con 58 anni di età e 35 di contribuzione, maturati entro il 2016) di anticipare la data di pensionamento, optando per un calcolo del trattamento integralmente contributivo, pur comportando un (contenuto) maggior onere sul piano finanziario nel breve periodo, risulta neutrale se non addirittura economicamente vantaggioso per le casse statali nel lungo periodo.

Per quanto riguarda, invece, l’ennesimo intervento di salvaguardia in favore degli esodati, rimane forte il dubbio che possa essere quello definitivo. Oramai è nota la capacità di catalogare come tali anche soggetti che, ben lontani dall’esserlo effettivamente, sono accomunati ai primi solo dalla necessita di tutela sociale.

Da anni si ribadisce la necessita di distinguere gestionalmente, contabilmente e finanziariamente la spesa pensionistica da quella assistenziale; utilizzare lo strumento pensionistico come ammortizzatore sociale oltre a rendere sempre più “inquinata” la nostra spesa previdenziale, mostra la scarsa capacità di ragionare in maniera programmatica ed efficiente sulle difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro. In altri termini, di fronte a un evento socialmente traumatico, quale la perdita del posto di lavoro, la soluzione non può essere sempre quella di anticipare il momento pensionistico facendone gravare il relativo costo sulla collettività.


COMMENTI
19/10/2015 - e dai con questo onere per lo stato..... (marco falini)

Si continua con questo lavaggio del cervello, vedo.....si continua a scrivere, pure ammettendo che alla lunga lo stato ci guadagna, che ci sono maggiori spese per lo stato se con l'opzione donna si va in pensione a 57-58 anni con il CONTRIBUTIVO. NON sono maggiori spese per lo stato, perche' il lavoratore accede AI PROPRI CONTRIBUTI VERSATI , anzi molto, molto meno: accede al contributivo modulato su una aspettativa di vita-truffa, e ci paga pure le tasse sopra, versi netto e ricevi lordo....LA FINIAMO DI DIRE CHE E' UNA SPESA PER LO STATO???