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Lavoro

SCUOLA-LAVORO/ Il "link" per giudicare il Jobs Act

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Ma non basta che si parli di lavoro perché le competenze siano poi reali, trasparenti, evidenti, in grado di consentire a chiunque di dire ciò che sa fare, oltre ai talenti e alle intenzioni sulla carta. Proprio per questo motivo vanno ulteriormente incoraggiate le collaborazioni tra imprese e ambiti formativi.

Penso qui, ad esempio, al programma intitolato "Allenarsi per il futuro" promosso dalla multinazionale tedesca Bosch, in collaborazione con istituzioni e scuole. Saranno 200 gli incontri che la Bosch promuoverà su tutto il territorio nazionale con i nostri giovani per promuovere le esperienze di alternanza scuola-lavoro intesa in termini di prevenzione della dispersione e quindi della disoccupazione giovanile. Una proposta di formazione pratica, con tirocini e laboratori nelle aziende.

Non da ultimo, ci soccorre il rapporto dell'Isfol, presentato nei giorni scorsi, che riconosce una concreta pari dignità a tutto il mondo dell'istruzione professionale. Il monitoraggio compiuto dall'Isfol ci offre dati importanti, visto che nel 2013-2014 gli iscritti a questo segmento formativo sono risultati in tutto 316.000, con un 50% di ragazzi che, alla fine del percorso, ha trovato un'occupazione. La filiera professionale quindi si conferma molto attiva a favore dei nostri giovani e del sistema Paese, perché porta a un positivo grado di professionalità i nostri studenti, in risposta alle opportunità lavorative. Segno, aggiungo, del fatto che le metodologie attivate, cioè la pratica laboratoriale, offre margini positivi di motivazione e di conseguimento degli obiettivi formativi.

I decreti attuativi del Jobs Act vanno quindi misurati sugli effetti, cioè sul raggiungimento di questi obiettivi, magari sottolineando, per ogni segmento di studio, le proposte innovative che si dimostrano capaci di contrastare nei risultati, e non solo nelle intenzioni, la dispersione e la disoccupazione giovanile. Un'azione in sinergia, quindi, capace di valorizzare i diversi talenti dei nostri ragazzi, affinché ciascuno possa trovare la propria strada nella vita.

Il passo ulteriore, ancora assente nel contesto italiano, è la traduzione delle "competenze professionali" in una sorta di portfolio, cioè in un libretto delle competenze spendibili, già dimostrate, per consentire agli stessi ragazzi, negli anni, di corrispondere alla sempre crescente flessibilità del mondo del lavoro, con protocolli che possano essere riconosciuti, nella loro validità, in tutto il nuovo contesto globale. Cioè un libretto con analitica "certificazione delle competenze". Un passo non so in che misura sperimentato nel nostro mondo del lavoro, mentre è già diffuso nei Paesi del Nord Europa. 

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