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RIFORMA PENSIONI 2015/ Bonardo (Gi Group): flessibilità, il "salvagente" per completarla

Il governo insiste: riforma delle pensioni con flessibilità per favorire l'occupazione giovanile. Ma servono politiche attive anche per gli "attorno 60", dice ANTONIO BONARDO

Giuliano Poletti, ministro del Lavoro (Infophoto) Giuliano Poletti, ministro del Lavoro (Infophoto)

Il governo Renzi accelera per il varo di misure di flessibilità in uscita dal lavoro dipendente e accesso anticipato alle pensioni. Decine di migliaia di lavoratori about 60 (ma tendenzialmente anche più giovani) saranno incentivati a lasciare l'impiego, con la finalità di politica economica di favorire l'occupazione giovanile e implementare il Jobs Act. Sulle prospettive della manovra "pensioni-occupazione" operativamente sul tavolo del ministro del Welfare Giuliano Poletti è intervenuto su queste pagine il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, Giorgio Vittadini.

Chiediamo ad Antonio Bonardo, senior director public affairs di GiGroup, agenzia per il lavoro leader in Italia: il disegno ha probabilità di realizzazione?  È corretto l'assunto che la strumentazione Jobs Act funziona solo se si creano "soluzioni di continuità occupazionale" sul mercato del lavoro? Come misura straordinaria e una tantum ha un suo senso perché la combinazione temporale tra la gravissima crisi economica che abbiamo attraversato e da cui faticosamente stiamo uscendo, al passo delle lumache in verità, e la contestuale riforma pensionistica, che ha allungato l’età lavorativa delle persone, ha avuto un impatto micidiale sull’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, sui quali si è scaricato quasi interamente l’effetto di incremento della disoccupazione prodotto dalla recessione. Dopodiché, fatta questa operazione straordinaria, bisogna mettersi a lavorare seriamente per implementare tutte le misure che servono per gestire l’allungamento dell’età lavorabile, inevitabile per salvaguardare il welfare pensionistico. Ossia, l’identificazione all’interno delle aziende di mansioni compatibili con i collaboratori più anziani; la rivisitazione degli assetti contrattuali, per cui la retribuzione possa avere un andamento non solo crescente con gli anni, ma anche decrescente, in linea con la curva della produttività espressa dalle persone. E infine la seria implementazione delle politiche attive del lavoro, per garantire soluzioni di continuità professionale a chi dovesse incappare in processi di ristrutturazioni aziendali. 

Le risorse in potenziale uscita sono - sulla carta - le più diverse: manager, quadri tecnici e amministrativi, addetti alla produzione con differente qualificazione. Vi attendete più "esodati passivi" o più soggetti che si offrono attivamente su particolari nicchie di lavoro professionale? Credo che la maggioranza sarà costituita da “esodati cosiddetti passivi”, che si dedicheranno attivamente ad attività di hobby personale e/o di volontariato, per esempio facendo i nonni a tempo pieno!

La questione centrale resta: come possono essere declinate le "politiche attive del lavoro" per questo particolare segmento di risorse "liberate" e disponibili? Quali possono essere i ruoli delle Regioni e quelli sussidiari di organizzazioni sindacali e agenzie del lavoro nella nuova architettura disegnata dalla riforma?