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RIFORMA PENSIONI 2015/ Il "contentino" politico che non aiuta gli italiani

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Il riconoscimento del beneficio avviene tramite l'Inps, nel rispetto di un limite massimo di spesa pari a 60 milioni di euro per il 2016, 120 milioni per il 2017 e 60 milioni per il 2018. In sostanza, si "pensionerebbe" parzialmente il lavoratore, il quale non dovrebbe subire forti decrementi di stipendio, dato l'accredito dei contributi residui in busta paga.

Al datore di lavoro la norma non comporta obbligo di nuove assunzioni, né risparmi di sorta, dovendo versare comunque i contributi parzialmente all'Inps e parzialmente al lavoratore. Lo Stato, infine, si accolla l'onere della contribuzione figurativa, cioè ulteriore spesa nei limiti su riportati.

Tenuto conto dello stanziamento per il 2016 (60 milioni), secondo un calcolo della serva sui dati Inps al 2014, il costo medio contributivo per i lavoratori dipendenti si attesterebbe sugli 11.000 euro: stiamo quindi parlando di un numero di lavoratori che potrebbe oscillare all'incirca tra 9000 e 13000 persone per il prossimo anno, a seconda che optino per un part time al 40% o al 60%.

Per semplificare ulteriormente: pochi interessati, sempre su base volontaria, lavorando più o meno la metà prenderebbero circa due terzi dello stipendio, compensando il resto con maggior tempo libero, mentre il costo per l'azienda rimarrebbe inalterato. Così, a naso, non mi sembra una misura né allettante, né incisiva, forse più destinata a placare minoranze politiche riottose che a favorire lo sviluppo del welfare.

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