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Lavoro

RIFORMA PENSIONI 2015/ Il "contentino" politico che non aiuta gli italiani

Nella manovra 2015 è contenuta anche una misura di riforma delle pensioni, con la previsione di un part-time per chi è vicino alla quiescenza. Il commento di GIAN LUCA BARBERO

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Il disegno legge di stabilità approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso mese di ottobre interviene anche in materia pensionistica. Oltre alle comprensibili misure di razionalizzazione, spesso si tende ad andare oltre con ulteriori obiettivi di riforma del sistema pensionistico. Dopo il drastico innalzamento dell'età pensionabile, operato dalla riforma Fornero (senza tra l'altro prevedere regimi transitori che hanno comportato penalizzazioni notevoli in capo agli "esodati" con la conseguente necessità di ricorrere, finora, a sei salvaguardie), ci sarebbe una sorta di "comune intendimento" di ridurre il limite di età per accedere al pensionamento.

Il problema è naturalmente di copertura finanziaria e risulta difficile reperire i fondi tramite ulteriori margini di flessibilità, che l'Ue non vedrebbe certo di buon occhio se destinate a finanziarie la spesa pensionistica, già piuttosto alta nel nostro Paese: secondo i dati riportati nel rapporto annuale, nel 2014 l'Inps ha sostenuto una spesa complessiva di circa 269,6 miliardi di euro a favore di 15,5 milioni di beneficiari, con un'incidenza del 15,3% sul Pil.

Sull'argomento esistono a oggi almeno tre dossier aperti: una proposta di legge di iniziativa parlamentare concernente il pensionamento flessibile, strenuamente difesa da Damiano e fortemente criticata da Boeri perché troppo onerosa; una proposta presentata dallo stesso Presidente dell'Inps, Tito Boeri, quasi "respinta al mittente" dal Governo Renzi e, infine, la proposta governativa contenuta nel disegno legge di stabilità; su quest'ultima vorrei soffermarmi in questa sede.

L'art. 19 del Ddl introduce, per il settore privato, una specifica disciplina transitoria, volta alla trasformazione da tempo pieno a tempo parziale del rapporto di lavoro subordinato in prossimità alla pensione, per favorire prassi di cosiddetto "invecchiamento attivo": il datore di lavoro e il dipendente con determinati requisiti anagrafici e contributivi concordano la trasformazione del rapporto di lavoro, con il riconoscimento della copertura pensionistica figurativa a carico dello Stato per la quota di retribuzione perduta e con la corresponsione al dipendente, da parte del datore di lavoro, di una somma pari alla contribuzione pensionistica che sarebbe stata a carico di quest'ultimo, relativa alla prestazione lavorativa non effettuata.

La disciplina ipotizzata pone alcune condizioni:

Il dipendente, titolare di un rapporto a tempo pieno e indeterminato, deve maturare, entro il 31 dicembre 2018, il requisito anagrafico per il diritto al trattamento pensionistico di vecchiaia e aver maturato (al momento della trasformazione del rapporto) i requisiti minimi di contribuzione per il diritto al medesimo trattamento;

L'accordo per la trasformazione del rapporto deve riguardare un periodo di tempo non superiore a quello intercorrente tra la data di accesso al beneficio in esame e la data di maturazione del suddetto requisito anagrafico;

La riduzione dell'orario di lavoro deve essere pari a una misura compresa tra il 40% e il 60%.