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Lavoro

JOBS ACT/ La "bufala" del nuovo contratto di collaborazione

Il Governo, con un decreto approvato all’interno del Jobs Act, ha deciso di cancellare i contratti di collaborazione a progetto. ANTONIO PILEGGI commenta questa misura

Matteo Renzi (Infophoto)Matteo Renzi (Infophoto)

"Superamento" è la parola nuova del diritto del lavoro italiano al tempo del Jobs Act. "Superamento del contratto a progetto". "Superamento dell'associazione in partecipazione con apporto di lavoro". Questi i titoli di testa, gli slogan (le rubriche si sarebbe detto una volta) degli artt. 52 e 53 D.lgs. 81/2015. Più accattivante, immediata, fruibile dagli utenti (dei media più che della giustizia) della parola "abrogazione": troppo tecnica, arcaica, poco giovanile, superata anch'essa da un governo che pur legiferando in edizione twittabile non se l'è ancora sentita di "sdoganare" giuridicamente la parola "rottamazione". Ma poco c'è mancato. E il 20 febbraio 2015 il Presidente del Consiglio ha potuto comunque twittare trionfalmente: "Oggi è il giorno atteso da anni. Il JobsAct rottama i cococo cocopro vari e scrosta le rendite di posizione dei soliti noti". E in televisione, imbeccato dal sodale Fazio, compiacersi della propria "esilarante" battuta: "Cancelleremo i cococo, i cocoprò, i coccodè e tutto quello che è stato il precariato in questi anni, daremo contratti con più diritti e chi vuole avere un figlio avrà le stesse tutele degli altri". 

Nessuno ha evidentemente spiegato al nostro premier che il suo governo ha sì rottamato i cocopro, ma non ha affatto rottamato i cococo e che i cocopro furono ideati dalla legge Biagi proprio per rottamare i cococo, fagocitandoli nella subordinazione, per ragioni (non di tutela del lavoratore, ma) di finanza previdenziale. Si leggeva nella relazione di accompagnamento allo schema di decreto legislativo attuativo della legge Biagi che con la disciplina del lavoro a progetto venivano introdotte "misure stringenti volte a ridurre il fenomeno delle collaborazioni coordinate e continuative" e che "un numero rilevantissimo di contratti di collaborazione coordinata e continuativa con aliquota contributiva del 12 per cento saranno convertiti in contratti di lavoro subordinati che, quantunque temporanei o modulati, prevedono una contribuzione al 33 per cento". 

L'appena rottamato contratto di lavoro a progetto era dunque nato, tredici anni orsono, come fattispecie trappola, piazzata agli incerti confini della subordinazione per catturare nella subordinazione (e nella relativa contribuzione) i fuggitivi rintanatisi nella fattispecie rifugio, cioè nei contratti di collaborazione coordinata e continuativa. L'idea della subordinazione onnivora, della pansubordinazione, nasceva allora. Una subordinazione che s'immaginava tanto più dilagante e "dominante" quanto più affrancata dall'aleggiante e terrorizzante spettro dell'articolo 18. 

Già a quei tempi si pensava che l'antidoto alla precarietà del lavoro fosse il "superamento" dell'art. 18. Il lavoro nero, non subordinato, a tempo determinato, dei soci delle cooperative di lavoro, degli associati in partecipazione, non avrebbe ragione (elusiva) d'essere se non vi fosse da scansare come la peste l'art. 18; le imprese non avrebbero la Sindrome di Peter Pan e l'idiosincrasia per il numero 15, e non si scomporrebbero fraudolentemente in tessere di un unico puzzle imprenditoriale; gli investitori stranieri sbarcherebbero a frotte più numerosi dei migranti clandestini; l'Europa sarebbe orgogliosa di noi. 

Non a caso l'allora governo Berlusconi aveva timidamente tentato di introdurre deroghe sperimentali alla tutela reintegratoria dell'art. 18, purché "connesse a misure di riemersione, stabilizzazione dei rapporti di lavoro sulla base di trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato, politiche di incoraggiamento della crescita dimensionale delle imprese minori, non computandosi nel numero dei dipendenti occupati le unita lavorative assunte per il primo biennio, che giustifichino la deroga": così l'art. 10 dello schema di legge Biagi, stralciato a furor di popolo, nonostante la timidezza delle deroghe sperimentali a quell'art. 18 destinato, dopo nemmeno un decennio, a essere dapprima evirato della reintegrazione dal governo Monti, e poi rottamato dal governo Renzi.