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LICENZIAMENTI & JOBS ACT/ La domanda che può far "fallire" la riforma

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Otto mesi sono troppo pochi per giudicare? Non è vero, essi sono più che sufficienti per capire se il Jobs Act è stato solo il riflesso giuridico di una discussione ideologica, ovvero se davvero esso è stato un momento vero di avanzamento delle garanzie e delle tutele. Il rischio, infatti, è che sia esistita anche un'ideologia anti-articolo 18, tanto quanto ne esiste(va) una di segno opposto. Due ideologismi uguali nella loro irrealtà, e lontani entrambi dalla vita concreta delle persone. Le quali invece, a partire proprio dai licenziamenti di cui si discute oggi, hanno bisogno di sapersi accompagnate, aiutate nella ricerca di lavoro, hanno necessità di poter contare su una pluralità di soggetti (pubblici, privati, del privato sociale), che non le lascino sole di fronte a un mercato dal quale si sentono escluse e che anzi considerano un nemico.

Se nessuna tutela sarà messa in campo, se le sole agenzie cui essi potranno affidarsi saranno i centri di collocamento pubblici, con il loro carico di speranze troppo spesso disilluse, allora sarà giusto parlare di fallimento operativo, l'ennesimo, di una riforma teoricamente ottima.

Il focus del Jobs Act era infatti quello di combattere la solitudine delle persone: quindi è proprio adesso che si potrà capire quanto sia vera questa legge: nella convinzione che se essa sarà umana, cioè per l'uomo, allora sarà anche "vera".

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