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Lavoro

LICENZIAMENTI & JOBS ACT/ La domanda che può far "fallire" la riforma

Alla cartiera Pigna sono stati licenziati tre lavoratori assunti solo pochi mesi fa con il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act. Il commento di GERARDO LARGHI

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La notizia dei licenziamenti alla cartiera Pigna dei lavoratori assunti solo alcuni mesi fa con il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act non è inattesa, pur nella sua brutalità e con la sua carica di polemiche e di sottintesi, che poi tanto sottintesi non sono. Ma come - si chiederanno alcuni -, il Jobs Act non era la panacea della crisi, la soluzione di tutti i problemi insorti con lo sgonfiamento della grande bolla speculativa edilizia nel lontanissimo 2008? Eccola, si dice e si scrive, la verità drammatica, lo svelamento degli inganni renziani, la dimostrazione che l'articolo 18 era non solo utile ma proprio necessario per difendere i lavoratori dipendenti dalle decisioni gravi tanto quanto grevi di dirigenti e padroni insensibili. Non si doveva consentirne l'abolizione, non si doveva permettere a chi predica il nuovo, ma poi considera "nuovo" solo quel che in realtà è un ritorno al passato, e a un passato retrivo, oscurantista. Financo medievale, direbbe (dice?) qualcuno. Addirittura medievale, ribattono a manca (o a destra, dipende dai punti di vista): macché questi licenziamenti sono la dimostrazione che la legge funziona, che le aziende devono poter licenziare per poter meglio assumere. Insomma, è la legge del mercato, del va e vieni, di chi deve sempre pensare al futuro delle imprese come al primum immobile di ogni percorso di ripresa economica.

Ma il punto è un altro: il focus del Jobs Act era davvero l'accoppiata assunzione facile/licenziamento libero? Davvero quando si scrisse e si conclusero i contatti Governo-sindacati su questo tema (perché, sia pur senza dirlo, ormai sappiamo che il Jobs Act fu approvato dopo lunghe e complesse trattative sotterranee tra inviati renziani e parti sociali) la discussione si concentrò sul licenziamento libero e facile? No, il focus del Jobs Act non era, non è, la libertà, ma una nuova e diversa forma di tutela per i lavoratori: non più dentro l'azienda, bensì fuori. 

In altri termini, non è più possibile, forse neppure economicamente e socialmente giusto, continuare a pensare che il posto di lavoro sia una variabile indipendente dall'andamento delle imprese e dei mercati. In realtà, il ragionamento fatto allora fu diverso: le imprese devono adeguarsi a una realtà sempre più rapidamente mutevole e i posti di lavoro devono seguire questo andamento. Quindi, il focus non è, non deve più essere, messo sulla conservazione di quel che c'è, bensì deve spostarsi su quel che si crea. La scommessa del Jobs Act è tutta compresa in questi confini, in questa scommessa: tutelare i lavoratori non dentro l'azienda, ma nel percorso tra una azienda e l'altra, tra un lavoro e l'altro.

La domanda di fondo da porsi, di fronte ai lavoratori della Pigna, è dunque se il Jobs Act è stato applicato fino in fondo o se, come troppo spesso avviene, ci si è concentrati su quanto i media hanno ritenuto più importante e si è invece dimenticato il resto. In particolare, sembra sparita dal discorso la parte più complessa di quella legge, e cioè quella che prevedeva la costruzione di un sistema di accompagnamento da un lavoro all'altro, di formazione permanente delle persone. Ecco, il confronto (non intellettuale, ma pratico, concreto) più che sui licenziamenti, deve riguardare la creazione, o la non creazione, di questo sistema.