BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

JOBS ACT/ La "balla" sulla fine della precarietà nella riforma di Renzi

Giuliano Poletti (Infophoto)Giuliano Poletti (Infophoto)

Vediamo com'era prima. Nel vigore della disciplina del lavoro a progetto non tutte le prestazioni lavorative potevano svolgersi in regime di lavoro autonomo, ma solo quelle riconducibili a uno specifico progetto, che doveva essere "funzionalmente collegato a un determinato risultato finale", che non poteva "consistere in una mera riproposizione dell'oggetto sociale", e che non poteva comportare "lo svolgimento di compiti meramente esecutivi e ripetitivi". Rilevava dunque la natura e tipologia dell'attività.

Era dunque tramontata la massima, oggi risorta, secondo cui qualsiasi attività economicamente rilevante può svolgersi in forma autonoma o subordinata, dipendendo la qualificazione del rapporto unicamente dalle modalità di svolgimento della stessa: un'attività esecutiva e ripetitiva, non collegata a uno specifico risultato, coincidente con l'attività dell'impresa, non poteva che essere svolta in regime di subordinazione. Oggi, invece, un'attività con i suddetti caratteri può essere svolta anche in regime di lavoro autonomo, purché non ricorrano, simultaneamente, i requisiti costitutivi della nuova fattispecie delle collaborazioni coordinate dal committente.

La nuova disciplina è dunque assai meno antielusiva della precedente, ed è forte l'impressione che il legislatore abbia tautologicamente applicato la disciplina del lavoro subordinato… al lavoro subordinato, o comunque a quella sorta di doppione del lavoro subordinato che sono le collaborazioni organizzate dal committente, relative a prestazioni che già i giudici del lavoro avrebbero probabilmente considerato come di lavoro subordinato in applicazione degli indici di subordinazione elaborati dalla giurisprudenza per i casi di incerta qualificazione.

E anzi, il legislatore nell'esplicitare quelli che ritiene essere i requisiti la cui "assenza" comporta la non applicazione della disciplina del lavoro subordinato, e nel suggerire per di più al datore di lavoro di farsi certificare detta "assenza", orienta in qualche modo l'elusione: possibile, ad esempio, in tutti i casi in cui un collaboratore possa farsi, pur eccezionalmente, sostituire da altri, ovvero in tutti i casi in cui il collaboratore (ad esempio un cameriere, un fisioterapista, un istruttore, un informatico) organizzi con altri collaboratori svolgenti le sue stesse mansioni e facenti parte di un gruppo i tempi della propria prestazione in modo da assicurare il rispetto dei turni predeterminati (fattispecie nota alla giurisprudenza). Si tratta all'evidenza di casi relativi a prestazioni che certamente non sarebbe stato possibile ricondurre a progetto e che sono invece compatibili e che sfuggono alla nuova fattispecie delle collaborazioni organizzate dal committente.

Ma il record di ipocrisia il legislatore-comunicatore l'ha raggiunto nel riproporre le identiche deroghe all'applicazione della disciplina delle collaborazioni organizzate dal committente già previste per la disciplina del lavoro a progetto, che, come si ricorderà, aveva mantenuto ferma, tra l'altro, "la disciplina delle attività di vendita diretta di beni e di servizi realizzate attraverso call center outbound per le quali il ricorso ai contratti di collaborazione a progetto è consentito sulla base del corrispettivo definito dalla contrattazione collettiva nazionale di riferimento".