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JOBS ACT/ La "balla" sulla fine della precarietà nella riforma di Renzi

Giuliano Poletti (Infophoto) Giuliano Poletti (Infophoto)

Ora in un testo legislativo che si propone di combattere la precarietà del lavoro dei giovani attraverso "il superamento del contratto a progetto sovente abusato a fini elusivi per acquisire sotto mentite spoglie prestazioni di lavoro subordinato" non è parso esteticamente opportuno menzionare testualmente gli addetti ai call center quali destinatari di un'espressa deroga all'applicazione della nuova disciplina antielusiva. E così il legislatore-comunicatore s'è limitato a scrivere che la stessa non si applica "alle collaborazioni per le quali gli accordi collettivi nazionali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale prevedono discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo, in ragione delle particolari esigenze produttive ed organizzative del relativo settore", eliminando pudicamente ogni riferimento agli addetti ai call center outbound ai quali, evidentemente, pensava.

Nonostante la scelta - celebrata come "rivoluzione copernicana" - di porre al centro del mercato del lavoro il contratto di lavoro a tempo indeterminato, definito di volta in volta "unico", "dominante", "comune", il Jobs Act induce ancora in tentazione le imprese, allettandole con le tipologie contrattuali "precarie", promosse a pieni voti, e rese appetibili per le imprese una volta esauritosi il regime dell'esenzione contributiva triennale previsto per le nuove assunzioni a tempo indeterminato, che spiega forse la stabilizzazione di contratti di lavoro parasubordinato, secondo le stime renziane ("Stimiamo in circa 200mila i nostri connazionali attivi nel lavoro parasubordinato che passeranno dai contratti co.co.co a un lavoro a tempo indeterminato. Restituiamo i co.co.co ai vari ai pollai...").

E nell'attuale quadro legislativo nulla vieta di utilizzare lo stesso "giovane" (ma anche lo stesso anziano) con diverse forme contrattuali in successione temporale: dapprima come collaboratore coordinato e continuativo, senza limiti temporali; poi con contratto a termine immotivato, prorogabile per cinque volte nel limite massimo di trentasei mesi; e infine con contratto a tutele crescenti, che garantirebbe un indennizzo massimo di quattro mesi in caso di licenziamento illegittimo intimato entro i primi due anni, nonostante l'effettiva anzianità di servizio del lavoratore.

Né per il contratto a termine a-causale, né per il contratto a tutele crescenti il Jobs Act pone come condizione che si tratti del primo contratto tra le parti. E anzi, una lunga gavetta all'insegna della precarietà viene incoraggiata dalla previsione (art. 1, comma 2, D.lgs. 23/2015) secondo cui si considera nuovo assunto, agli effetti della non applicazione dell'art. 18, il lavoratore il cui contratto a tempo determinato sia convertito in contratto a tempo indeterminato dopo il 7 marzo 2015 (data di entrata in vigore della legge).

Se poi un'impresa decidesse di stabilizzare collaboratori coordinati e continuativi, e superasse con ciò la soglia dimensionale dei 15 dipendenti, a tutti (stabilizzati e vecchi dipendenti) si applicherebbe non l'art. 18, ma la nuova disciplina del contratto a tutele crescenti (art. 1, comma 3, D.lgs. n. 23/2012).

È questa la "rivoluzione copernicana" promessa dal Jobs Act che avrebbe "rimesso al centro del mercato del lavoro il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti", sconfiggendo la precarietà del lavoro: un contratto a tempo indeterminato anch'esso precarizzato e nella cui orbita continuano a ruotare i contratti precari di un tempo, resi ancora più precari.

 

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