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JOBS ACT/ La "balla" sulla fine della precarietà nella riforma di Renzi

ANTONIO PILEGGI continua la sua analisi riguardante le Collaborazioni organizzate dal committente, la nuova forma contrattuale introdotta attraverso il Jobs Act

Giuliano Poletti (Infophoto) Giuliano Poletti (Infophoto)

Al termine di un precedente articolo dedicato al "superamento" dei cocopro (e dell'art. 18) operato dal Governo con il Jobs Act, c'eravamo lasciati con un domanda: la fattispecie delle "Collaborazioni organizzate dal committente", introdotta dal Governo a partire dal 1° gennaio 2016, è davvero più antielusiva di quanto non lo fosse il contratto di lavoro a progetto? È una più moderna ed efficace "trappola" per combattere la precarietà del lavoro ed estendere le tutele del lavoro subordinato? Niente affatto. Per le seguenti ragioni.

1) Per i redivivi contratti di collaborazione coordinata e continuativa ex art. 409 n. 3 c.p.c. non è previsto alcuno specifico obbligo di formalizzazione, anche se l'art. 2, comma 3, D.lgs. 81/2013 ricorda e suggerisce ai datori di lavoro che vogliano "stare sereni" di farsi certificare l'assenza dei requisiti della nuova fattispecie (il che la dice lunga sulle reali finalità antielusive della norma!), ciò che costringerebbe il lavoratore che intendesse contestare la certificazione a esperire il tentativo obbligatorio di conciliazione davanti alla stessa commissione di certificazione, interessata ovviamente a indurlo a non procedere giudizialmente.

E ovviamente in tutti i nuovi contratti di collaborazione coordinata e continuativa il datore di lavoro avrà cura di scrivere, per scansare agevolmente la fattispecie delle collaborazioni organizzate dal committente, che la prestazione non è esclusivamente personale e/o che le modalità di esecuzione della prestazione sono organizzate "in piena autonomia" dallo stesso collaboratore con riferimento ai tempi e/o ai luoghi di lavoro, tenuto conto che per integrare gli estremi della nuova fattispecie devono concorrere tutti i previsti requisiti costitutivi.

D'ora in poi sarà dunque sempre necessaria in sede contenziosa un'attività istruttoria per accertare la sussistenza dei requisiti della collaborazione organizzata dal committente sulla base della stessa indagine richiesta per l'accertamento dei requisiti della subordinazione.

Vediamo ora com'era prima. Per le collaborazioni a progetto la legge prevedeva l'obbligo di formalizzare in positivo i requisiti da cui risultasse l'autonomia della prestazione, e in particolare la riconducibilità della stessa a uno specifico progetto, con applicazione sanzionatoria della disciplina del lavoro subordinato in tutti i casi di mancata individuazione di uno specifico progetto (ad esempio, collaborazione non formalizzata in alcun modo), o di individuazione di un progetto generico o fittizio o relativo a prestazioni non riconducibili a progetto. All'esito di una prima verifica formale sarebbe stato dunque possibile applicare la disciplina del lavoro subordinato senza necessità di svolgere alcuna attività istruttoria.

2) Con la nuova disciplina si riespande l'area della parasubordinazione, già compressa dalla fattispecie del lavoro a progetto. Come prima del 24 ottobre 2003, qualsiasi prestazione lavorativa potrà essere svolta in regime di lavoro autonomo o subordinato. Agli effetti dell'applicazione della disciplina del lavoro subordinato alle collaborazioni organizzate dal committente, ciò che rileva è non già la natura e la tipologia della prestazione, quanto la modalità di svolgimento della stessa (se esclusivamente personale oppure no; se organizzata dal committente quanto ai tempi o al luogo di lavoro oppure no). E nel testo definitivo è stato significativamente espunto il requisito, previsto nello schema di decreto, relativo al "contenuto ripetitivo" della prestazione (il che la dice lunga sulle reali intenzioni antielusive del legislatore).