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RIFORMA PA/ "L'elefante" che danneggia il lavoro (pubblico e privato)

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È per questo che porre fine all'ultimo dualismo che caratterizza il nostro mercato del lavoro è importante. Così come si è operato per il personale scolastico, serve ragionare sui compiti dei dipendenti pubblici in funzione dei servizi che devono erogare i diversi comparti e metterli in condizione di operare con propri criteri di valutazione in termini di efficacia ed efficienza. Per la gran parte dei dipendenti pubblici è l'ambito del concorso di assunzione che va rivisto e quindi le regole successive.

Già oggi, con il superamento dei contratti a progetto e di collaborazione, molti uffici pubblici dovranno affrontare il tema di come sostituire le figure più efficienti, non inseribili in modo permanente, stante i vincoli di spesa pubblica, e senza gli strumenti contrattuali introdotti per il settore privato. La gran massa di precariato in attesa di "stabilizzazione" è nel settore della Pa e non certo presso le imprese private. La possibilità introdotta con i contratti a tutele crescenti andrebbe estesa con una riforma della Pa che veda affermarsi figure di direzione del personale e sistemi di valutazione dei servizi che portino a una trasparenza sia nelle assunzioni che nelle scelte di ristrutturazione.

L'assenza di mobilità cui ha portato il sistema attualmente in vigore tutela solo una forma anomala di distribuzione del reddito, ma non assicura una Pa efficiente e in grado di gestire fasi di trasformazione. Se guardiamo al caso delle ex province, almeno per i dati già disponibili, scopriamo che vi è stata la cancellazione di molti contratti a tempo o precari, la ricollocazione di molti dipendenti ai servizi originari indipendentemente dalla funzionalità del ruolo ricoperto, un eccesso di dipendenti in servizi ormai inutili. Ciò che non si vuole vedere è che proprio la Pa è fonte di un dualismo perverso. Alcuni con tutela assoluta del posto di lavoro indipendentemente dall'utilità del ruolo e alcuni senza nessuna tutela, nemmeno per una ricollocazione che valorizzi quanto appreso talvolta in molti anni di presenza nella Pa.

Vi sono due remore che bloccano la volontà di riformare profondamente il lavoro nella Pa. Da sempre ha retto uno scambio non di mercato fra tutela assoluta del posto di lavoro a vita e bassi incrementi salariali. In secondo luogo, si è ritenuto che il concorso pubblico garantisse contro assunzioni clientelari e la possibilità che con le tornate elettorali scattasse uno spoil system di massa. Dovremmo affrontare i due temi per quello che sono e introdurre limiti e vincoli perché ciò sia verificabile e sanzionabile.

Mantenere però un mercato del lavoro duale e inefficiente nella Pa per non affrontare i compiti e le fatiche di una riforma decisa della sua organizzazione dà forza solo alle componenti corporative che troveranno confronto in norme che tutelano il posto ma non promuovono il lavoro.

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