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Lavoro

RIFORMA PA/ "L'elefante" che danneggia il lavoro (pubblico e privato)

La riforma della Pa tarda ad arrivare, e le innovazioni del Jobs Act sembra che ne resteranno escluse. Una situazione molto dannosa, spiega MASSIMO FERLINI

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La caratteristica riformista delle scelte operate dal governo Renzi è stata quella di inserire, in tutti i disegni di riforma approvati, qualche norma immediatamente applicabile. Ciò ha favorito la rapida percezione da parte dei cittadini dell'efficacia complessiva del disegno riformatore. Non si tratta semplicemente dei famosi 80 euro restituiti in busta paga. Anche nel Jobs Act i contratti sono stati in tempi rapidi mutati e l'estensione delle tutele è stata fatta per oltre 300.000 lavoratori in pochi mesi. Il trattamento di disoccupazione e un rapporto diverso con i Centri per l'impiego sono stati subito varati. Il ritardo dei servizi al lavoro per la ricollocazione è dovuto alla lunga gestazione della nuova agenzia nazionale che deve coordinare i nuovi servizi con le regioni.

In molti altri casi questa rapida percezione non c'è stata. Nella riforma della buona scuola i soggetti coinvolti in un cambiamento immediato sono stati i docenti che sono stati immessi in ruolo, rompendo un lungo periodo di precariato di massa. Ma per le famiglie il salto di qualità si misurerà nel tempo. Per quanto riguarda la riforma della Pubblica amministrazione, si rischia di avere una percezione parziale di quanto si vuole riformarla profondamente. Pochi mesi fa era apparso chiaro che la riforma della Pa, abbinata con le decisioni del Jobs Act, avrebbe messo fine a un diverso trattamento dei lavoratori. 

Per un lungo periodo, infatti, lo Statuto dei lavoratori, o in particolare l'articolo 18 sui licenziamenti, non aveva valore per i dipendenti della Pa. I primi ritocchi della riforma Fornero e poi il ridisegno di diritti e tutele operato dal Jobs Act con l'introduzione dei contratti a tutele crescenti avevano fatto dire che finalmente si chiudeva il periodo di trattamenti diversificati per lavoratori dipendenti delle aziende private e della Pa. Di fronte, però, a una prima sentenza che in una causa di lavoro ha preso atto che l'art. 18 ha valore anche per i pubblici dipendenti, il governo ha fatto sapere che entro fine anno chiarirà con una norma specifica che per i dipendenti pubblici valgono norme diverse.

Secondo molti giuristi del lavoro, considerare diverso il rapporto di lavoro in funzione delle caratteristiche, pubblico o privato, del datore di lavoro è incostituzionale. Sulla base di questo assunto ritengono che il governo può solo regolamentare percorsi di tutele che tengono conto della particolarità del pubblico dipendente, ma che non si possa intervenire sul principio generale introdotto con il Jobs Act. D'altro canto si sostiene che essendo i dipendenti pubblici selezionati e assunti attraverso un concorso, anche il percorso di licenziamento deve rispondere a criteri diversi da quanto previsto dai nuovi principi del Jobs Act che estendono gli indennizzi economici e restringono gli ambiti del reintegro nel posto di lavoro.

Se limitiamo la valutazione all'ambito giuridico, pure in questo caso di grande impatto, credo che si resti prigionieri di uno schema che non aiuta a valutare la Pa come settore economico che produce servizi per i cittadini. Oggi la Pa presenta un'elefantiasi e una staticità che non corrispondono alle esigenze di essere un'agenzia capace di operare in sintonia con i mutamenti economici in corso. L'occasione della riforma non può non prendere in considerazione l'obiettivo di mutarne il funzionamento.