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Riforma Pensioni 2015 / "L'autogol" dei sindacati tra flessibilità e Quota 41

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Pensare di far fronte al problema dell'adeguatezza ragionando solo in termini di aumento del trattamento pensionistico significa non aver colto interamente l'entità del problema: vivere più a lungo comporta anche dover sostenere costi sanitari e di assistenza crescenti che non potranno essere colmati da un incremento dell'assegno pensionistico; da qui la necessità di ripensare un sistema di welfare integrato che affianchi al trattamento economico la garanzia di servizi il cui costo sarebbe ben superiore se sostenuto individualmente. 

Giusto anche prevedere meccanismi che permettano l'adozione di contratti part-time per i lavoratori anziani, collegandoli all'assunzione di giovani lavoratori (ben venga quindi la norma della Legge di stabilità che introduce la possibilità, per coloro che sono vicini alla pensione, di trasformare il rapporto di lavoro subordinato da tempo pieno a tempo parziale, con copertura pensionistica figurativa e corresponsione al dipendente della contribuzione pensionistica), ma, al contempo, è doveroso richiamare l'attenzione sul fatto che l'accesso al mercato del lavoro non funziona come una porta girevole: ciò che si richiede non sono meramente persone, ma competenze, e queste possono prescindere dall'elemento anagrafico.

Sul tema della flessibilità - per fortuna non affrontato nella Legge di stabilità - i sindacati insistono sul ripristino di meccanismi di duttilità nell'accesso alla pensione, proponendo ancora una volta l'età minima di 62 anni oppure la possibilità di combinare età e contributi, ovvero il limite di 41 anni di contribuzione 

Tali ipotesi, che di fatto ripropongono l'introduzione della pensione di anzianità e sulla quale ho espresso la mia contrarietà in precedenti interventi, oltre a muoversi in una direzione diametralmente opposta a quella suggerita in ambito internazionale (si veda il rapporto "Pensions at a glance 2015") sembrano voler negare gli aspetti finanziari collegati all'allungamento della vita media.

È chiaro che eccezioni possono e devono essere rilevate, e in questo non posso che sostenere il fatto che l'attuale sistema previdenziale potrebbe facilmente essere adattato a metodologie di clusterizzazione dei lavoratori tali da identificare in maniera più puntuale i cosiddetti "lavori usuranti" e superare le anacronistiche tipologie attualmente riconosciute. Condivido infatti che "l'applicazione automatica dell'attesa di vita fa parti eguali tra diseguali: ad attività e condizioni di vita diverse corrispondono aspettative di vita differenti". 


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