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Lavoro

Riforma Pensioni 2015 / "L'autogol" dei sindacati tra flessibilità e Quota 41

Sulla riforma delle pensioni, Cgil, Cisl e Uil hanno deciso di presentare una piattaforma comune, con richieste precise al Governo. Il commento di WALTER ANEDDA

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Sono passati solo pochi giorni dalla manifestazione organizzata da Cgil, Cisl e Uil a Torino, Firenze e Bari sul tema "Cambiare le pensioni. Dare lavoro ai giovani", ma l'approvazione della Legge di stabilità fa apparire anacronistiche alcune delle proposte presentate dalla Triplice. Ciò, non tanto per essere giunte fuori tempo massimo rispetto all'iter procedurale di approvazione del disegno di legge (anche perché, in realtà, le posizioni su detti temi erano già note), quanto perché sembrano collocarsi in una realtà ormai non più presente nemmeno nelle aule parlamentari e ispirate da logiche di proposizione che potevano suscitare interesse politico alcuni lustri addietro.

L'aspetto paradossale è che il documento sindacale, se condivisibile in alcuni obiettivi (adeguatezza del trattamento pensionistico per i giovani, offrire stabilità contributiva, ecc.) risulta contraddittorio negli assunti posti a premessa dello stesso. Se si parte dall'accezione che "la legge Monti-Fornero è stata la più gigantesca operazione di cassa fatta sul sistema previdenziale italiano", senza voler riconoscere che la stessa ha impedito che si perpetrasse ancora per molti anni il perverso meccanismo previdenziale produttore di forte iniquità generazionale, significa non essere obiettivi nelle valutazioni.

Se si continua a sostenere che il nostro è "un sistema giudicato sostenibile da tutte le istituzioni nazionali ed internazionali", senza al contempo evidenziare che tale sostenibilità, anziché basarsi sull'equilibrio attuariale delle prestazioni e delle contribuzioni, si poggia fortemente sulla fiscalità collettiva, significa dare un'informativa totalmente distorta in ordine ai meccanismi di finanziamento della previdenza italiana. Se ci si limita a valutazioni di sostenibilità (oltretutto di medio termine), senza contemporaneamente evidenziare le criticità in termini di equità ed adeguatezza, intercategoriale e intergenerazionale, si trasmette un'informazione distorta e, come tale, inutile se non dannosa per effettuare corrette considerazioni.

Se si sottace il fatto che la Legge Fornero, per quanto perfettibile, è stata resa necessaria da una sconsiderata gestione del sistema previdenziale degli ultimi quarant'anni, che ha visto il sistema sindacale compartecipe delle scelte politiche effettuate, significa voler negare le proprie responsabilità, ancorché attenuate dalla necessaria storicizzazione. E tutto ciò è un peccato, perché rischia di far apparire strumentali proposte e obiettivi che, almeno in parte, meritano di essere conseguiti, salvo eventualmente discutere sulle metodologie di perseguimento.

È infatti indubbia e condivisibile la necessità di "assicurare un trattamento pensionistico adeguato e dignitoso anche a chi svolge e ha svolto lavori saltuari, discontinui, con retribuzioni basse o è entrato tardi nel mercato del lavoro", ma ciò, più che basarsi su sistemi obsoleti di tipo assistenzialistico, dovrebbe transitare attraverso una rivisitazione dei meccanismi di previdenza sociale, adattati ai nuovi dati demografici e di sviluppo economico, che tengano conto dell'allungamento della vita media, e alla necessità di integrare il trattamento economico con una crescita dei servizi alla persona.