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LAVORO/ Colli-Lanzi (Gi Group): "Il 2016 anno di svolta per mercato e politiche attive"

Il 2016 si annuncia come un anno di svolta per il mercato del lavoro in Italia e in Europa: lo prevede STEFANO COLLI LANZI, Ad di Gi Group, che chiude il 2015 con risultati record

Stefano Colli-Lanzi, Ceo Gi Group Stefano Colli-Lanzi, Ceo Gi Group

«Gi Group chiude un anno con i suoi migliori risultati di sempre e nel 2016 contiamo di realizzare ulteriori progressi, ancora su scala importante». È soddisfatto Stefano Colli-Lanzi, amministratore delegato del gruppo milanese, uno dei maggiori operatori internazionali nel settore dei servizi per il lavoro. «Il nostro fatturato consolidato è cresciuto del 20% fino a 1,6 miliardi. Le performance-paese sono ovviamente diverse, ma tutte sono positive: sia nei mercati in cui siamo presenti da tempo, sia in quelli in cui abbiamo deciso di entrare con i nostri business model nei diversi segmenti, dalla ricerca e selezione di personale al permanent staffing, all'outsourcing, alla consulenza HR».

Bene quindi l'Italia, ma anche la Francia e la Spagna, l'Inghilterra e la Germania, la Polonia e la Romania, l'India. Soddisfacenti gli sbarchi in Portogallo e Turchia. «A Istanbul abbiamo iniziato a servire con la ricerca e selezione per inserimenti diretti sia aziende locali che multinazionali», dice Colli-Lanzi, fra l'altro vicepresidente di Assolavoro, con delega alle politiche attive del lavoro, e docente all'Università Cattolica di Milano. «Nel Paese non esiste ancora una legislazione sul lavoro somministrato tramite agenzia in outsourcing, ma abbiamo deciso di testare la riposta di un'economia in sviluppo alla nostra offerta, che in tutto il mondo è ispirata all'innovazione e alla qualità del servizio in mercati del lavoro evoluti». Nell'ambito di una strategia paneuropea, il 2015 ha registrato anche nuove iniziative in Slovacchia e Olanda. «Gi Group, in questa fase della sua traiettoria strategica, cresce più del mercato, cioè acquisisce quote di mercato: è il frutto dei nostri investimenti nel consolidamento e nell'innovazione della nostra organizzazione».

Gi Group aumenta volumi operativi e quote di mercato: aumentano i "jobs". L'economia in Europa è ripartita? È scongiurato il rischio di un rimbalzo "jobless"?

Movimenti di ripresa sono stati registrati in numerose economie europee, Italia compresa. Anche l'occupazione sta beneficiando di segnali di inversione del ciclo: certamente in misura più significativa là dove le riforme del mercato del lavoro stanno dispiegando i loro effetti. Molti nuovi posti di lavoro vengono creati attraverso modelli contrattuali aggiornati, innovativi soprattutti sul versante della flessibilità.

Il Jobs Act varato dal governo italiano ha rappresentato una svolta?

Certamente. Lo è stato nel merito dell'evoluzione delle regole del gioco contrattuali, che hanno innovato profondamente il nostro mercato del lavoro. Ma non è da meno la modernizzazione delineata nel funzionamento interno del mercato, ossia il riconoscimento del ruolo degli intermediari professionali, come è Gi Group. Naturalmente la riforma del collocamento e la politiche attive del lavoro rappresentano due partite che, in concreto, devono ancora cominciare. Governo e Parlamento hanno fatto la loro parte: ora la palla è a chi deve implementare il cambiamento. La Pubblica amministrazione per prima deve fare i conti con il ridisegno chiaro deciso dalla riforma: e penso in particolare alle Regioni. È necessario razionalizzare i centri decisionali, individuare dei modelli promettenti e puntare su di essi in modo esteso e incisivo.

Esiste in Italia qualche esperienza-bussola?

Dal punto d'osservazione Gi Group abbiamo registrato risultati importanti nelle politiche adottate dalla Regione Lombardia. Dote Unica Lavoro è uno strumento che nasce dall'identificazione di un bisogno di supporto delle persone a inserirsi (o reinserirsi) nel mercato del lavoro; e dalla costruzione di una risposta precisa per quel bisogno. La Regione è riuscita a rispettare quello che è un mercato. Altrove notiamo invece spesso ancora la pretesa di normare, di calare dall'alto schemi precostituiti, fatalmente modellati più sui soggetti che devono intervenire che sulle reali esigenze della domanda e dell'offerta di lavoro.

Qual è a suo avviso il "segreto" del modello-Lombardia?