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Lavoro

SPILLO/ "L'ideologia" che minaccia il Jobs Act

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Come abbiamo richiamato nelle settimane passate, un effetto indesiderato sarà quello di spiazzare completamente i contratti di apprendistato. Senza una nuova normativa che favorisca una diminuzione del costo e degli oneri burocratici, l'apprendistato, già meno utilizzato di quanto servirebbe, sarà fuori mercato per le imprese. Su questo il governo ha avviato una riflessione e ci auguriamo sia in grado in tempi brevi di intervenire rilanciando il rapporto di apprendistato come canale privilegiato del passaggio scuola-lavoro. Dove però riaffiora la volontà ideologica di poter ridurre a un'unica forma contrattuale i rapporti di lavoro è nella scelta di penalizzare tutte le altre forme di contratto flessibile, dal contratto a termine, alle partite Iva, al contratto a chiamata, ecc.

La complessità dei diversi settori economici ha cercato di adattare le forme contrattuali esistenti alle necessità di nuovi cicli produttivi. La fatica richiesta è quella di disegnare un sistema di tutele che sia applicabile a tutte le forme contrattuali che dovrebbero cercare di seguire le esigenze che si pongono sul mercato. La crescita dell'economia dei servizi si è certamente alimentata dell'abuso di forme contrattuali nei rapporti di lavoro confondendo flessibilità con precarietà e sfruttamento. Pensare però che sia possibile ridurre tutto a una formula contrattuale, come se il mutamento dell'economia non ci fosse e si possa tornare al modello industriale, si dimostrerebbe un'illusione e riaprirebbe le porte a nuovi abusi.

Solo ponendo al centro l'universalizzazione delle tutele si può ridisegnare il sistema contrattuale ponendo fine alle situazioni di precarietà, tutele sostenute da una rete di workfare innovativa e che è indispensabile per un mercato del lavoro efficiente ed efficace, che sostenga la ripresa economica senza scordare che centrale nel lavoro resta la persona.

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