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JOBS ACT/ Il "jolly" in mano alle imprese per far crescere l'occupazione

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Il contratto a tutele crescenti restituisce così fiducia al mercato: il lavoratore può finalmente sentirsi non più “a termine” (quasi tutti i rapporti di lavoro passavano ormai da contratti a termine rinnovati ad libitum) e il datore di lavoro può considerare il suo dipendente come una risorsa meno costretta “a guardarsi in giro”: ciò aumenta le possibilità di fidelizzazione e di investimento sul capitale umano. Con l’incentivo della Legge di stabilità (fino a 8.000 euro l’anno per le nuove assunzioni), l’utilizzo dello strumento sarà considerevole. Inoltre, se il trend dei mutui si mantiene o addirittua cresce, non c’è dubbio che l’economia possa proseguire il suo lento percorso verso nuovi e migliori orizzonti.

Con il contratto a tutele crescenti, le imprese - non solo i lavoratori - hanno una possibilità importante in più. È giusto chiedere qualcosa anche a loro, l’Italia è sempre al 49mo posto del World Economic Forum di Ginevra nel ranking della competitività. Non è soltanto una questione di tasse e di fisco, anche perché il nostro costo del lavoro è in linea con quello degli altri paesi europei, se non in qualche caso eclatante addirittura inferiore: Germania 32,84 €/h, Francia 29,05 €/h, Gran Bretagna 22,79 €/h, Italia 24,81 €/h (dati Cgia Mestre gennaio 2014 riferiti al settore manifatturiero). Il problema vero sta nel costo del lavoro rapportato all’unità di prodotto. Ma l’unità di prodotto è ciò che attiene totalmente all’impresa e alla sua capacità e modernità nel produrre. Il sistema produttivo nostrano reclama forte innovazione.

 

In collaborazione con www.think-in.it

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