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JOBS ACT/ Gli errori (e le scelte azzeccate) nei decreti di Renzi

Giorgio Benvenuto (Infophoto) Giorgio Benvenuto (Infophoto)

Il contratto a tutele crescenti rappresenta un elemento nuovo rispetto all’attuale situazione. Bisognerà prestare attenzione perché fatta la legge si trova sempre come raggirarla. Con questo provvedimento però si passa dalla sterile contrapposizione al riconoscimento delle nuove necessità del mondo del lavoro. Ci sono dei diritti che diventano sempre più teorici, e il giudizio deve essere quindi più articolato. Questo provvedimento va completato con misure fiscali coraggiose che riducano fortemente il costo del lavoro, in uno scenario nel quale si incentivi la ripresa nel Paese.

 

Per Renzi abolendo i contratti a progetto si creeranno 200mila posti a tempo indeterminato. È davvero così?

Quella di Renzi è un’intenzione che non ha nessun fondamento scientifico. Previsioni come questa dovrebbero essere ancorate a schede tecniche e dati precisi. È un Paese nel quale, invece di spiegare i numeri, purtroppo si danno i numeri.

 

Renzi ha detto che il Jobs Act aumenta “la flessibilità in entrata e le tutele in uscita”. Ma non ha abolito articolo 18?

Quella di Renzi è la classica battuta a effetto, l’intenzione è questa, ma bisognerà vedere nella pratica. L’errore del governo è prescindere da un rapporto che attivi la responsabilità delle Parti sociali. Faccio notare che per la prima volta il giudizio sulla delega è ugualmente critico da parte di Cgil, Cisl e Uil. Il sindacato d’altra parte deve affrontare questo problema con delle proposte unitarie. Problemi come flessibilità, manodopera e competitività devono favorire un rapporto di collaborazione. La fase dell’antagonismo nell’attuale mercato non ha più senso, ed è interesse comune di lavoratori e imprenditore che l’azienda sia competitiva, venda, esporti e valorizzi le persone. L’impresa deve essere un bene comune.

 

(Pietro Vernizzi)

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