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Lavoro

RIFORMA PA/ Così il ddl Madia "rottama" la rivoluzione di Renzi

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Infatti, configurare l'assegnazione di incarico come mera possibilità significa che chi dispone della qualifica dirigenziale conseguita per concorso non ha un diritto a svolgere gli incarichi conseguenti. Pertanto, gli organi politici possono lasciare senza incarico qualsiasi dirigente senza nemmeno doversi scomodare a spiegare le ragioni, sostituirlo con dirigenti esterni e disfarsene: infatti, basterà che resti senza incarico per un periodo di tempo dato (si parla di due anni) per troncare il rapporto di lavoro.

Altro che spoil system, altro che valutazione. E tanti saluti anche alla presunta impossibilità di estendere al lavoro pubblico le conseguenze del JobsAct: per la dirigenza si aprono le porte a licenziamenti che potrebbero essere anche discriminatori o politici, ma senza alcuno strumento di tutela.

Approfondendo, poi, proprio il tema dell'influenza del JobsAct sul lavoro pubblico, la ratio che spinge il Governo a escluderne l'estensione ai dipendenti pubblici, per quanto difficilmente sostenibile alla luce del principio di parità di trattamento dei cittadini enunciato dall'articolo 3 della Costituzione, potrebbe anche essere condiviso. Il problema è che nel ddl delega al Senato non c'è traccia alcuna di norma che espressamente affronti e risolva la questione. E questo è un grave problema. 

Infatti, esistono, attualmente, ben due disposizioni espresse che estendono automaticamente le disposizioni delle leggi sul lavoro nell'impresa e dello Statuto dei lavoratori, comprese le loro modifiche: sono gli articoli 2, comma 2, e 51, comma 2, del d.lgs 165/2001. Se la riforma del lavoro pubblico non modifica queste disposizioni, l'effetto dell'applicazione automatica del JobsAct non può essere scongiurato, anche se parte della dottrina (Carinci) lo ritiene possibile, ma contraddetta dalla giurisprudenza dei giudici del lavoro.

Oggettivamente, altri temi come la titolarità della competenza a svolgere i controlli sulle malattie o l'ulteriore inasprimento delle sanzioni disciplinari o la semplificazione dei procedimenti sanzionatori, appartengono più al "colore" e alla ricerca del consenso mediatico, che alla reale esigenza e potenzialità di riforme della Pubblica amministrazione.

In questo frangente, pare manchino, invece, le misure organizzative per scongiurare gli effetti della corruzione. È vero che la disciplina della corruzione è, oggi, autonoma da quella del lavoro pubblico, ma ciò costituisce sostanzialmente un errore, visto che le regole della normativa anticorruzione incidono e moltissimo sia sull'organizzazione, sia sul rapporto di lavoro: basti pensare che le violazioni al codice etico o ai programmi anticorruzione costituiscono illeciti disciplinari.

Da questo punto di vista, appare incomprensibile l'intento di abolire i segretari comunali, che nei comuni sono il presidio anticorruzione.

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