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Riforma pensioni 2015, Cesare Damiano: meccanismo di flessibilità? Mancano le coperture finanziarie...

Riforma pensioni 2015. Le parole di Tito Boeri, Presidente dell’Inps, e del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, fanno propendere per un intervento nella prossima Legge di stabilità

Giuliano Poletti (Infophoto) Giuliano Poletti (Infophoto)

Mentre il ministro Poletti riapre a una riforma delle pensioni che introduca un meccanismo di flessibilità, Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro alla Camera, ricorda di aver già presentato una proposta di legge in tal senso (pensionamento anticipato a 62 anni, con almeno 35 di contributi e una penalizzazione dell’8% sul trattamento previdenziale), il problema è che mancano le coperture finanziarie. Secondo Damiano occorre quindi smetterla di “fare su questo tema solo calcoli ragionieristici, inserendo invece  delle ‘clausole sociali’, e allora nel lungo periodo ci guadagneremo  sia dal punto di vista dell’equità che della sostenibilità dei conti”.

Le parole di Tito Boeri, Presidente dell’Inps, e del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, fanno ormai propendere per un intervento di minima riforma delle pensioni nella prossima Legge di stabilità. Il Corriere della Sera di oggi ipotizza quattro possibili provvedimenti che sarebbero allo studio del Governo. Il primo sarebbe l’introduzione di una forma di flessibilità per l’età di entrata in pensione, sulla scorta della proposta già fatta da Cesare Damiano: possibilità di anticipare a 62 anni l’uscita dal mondo del lavoro con una penalizzazione fino ai 66 anni. Il secondo sarebbe un reddito minimo finanziato dalla fiscalità generale, con cui aiutare chi si trova senza lavoro e prossimo alla pensione, come gli esodati. La terza ipotesi di intervento riguarda il cosiddetto prestito pensionistico, proposto dall’ex ministro Giovannini: lo Stato anticiperebbe la pensione per alcuni anni prima dell’effettiva entrata in quiescenza del lavoratore, che a quel punto dovrebbe restituire (a rate) quanto ricevuto. L’ultima forma di sostegno a chi è vicino alla pensione riguarderebbe l’integrazione al minimo, abolita con la riforma Dini del 1995. In pratica, anche se i contributi versati erano bassi, il lavoratore poteva contare sullo Stato, che gli avrebbe comunque fatto arrivare la pensione minima.

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