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Lavoro

JOBS ACT/ Le riforme che mancano per far crescere il lavoro

Con gli ultimi decreti attuativi approvati, il Jobs Act prende sempre più forma. Per FRANCESCO GIUBILEO, però, non è in grado da solo di far crescere il lavoro in Italia

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Il Jobs Act, o almeno quanto di esso finora approvato, è sotto molti di vista "rivoluzionario", produrrà certamente un possibile incremento dei contratti a tempo indeterminato e non si esclude un lieve miglioramento del mercato del lavoro. Grazie agli sgravi contributivi e alle modifiche legate al licenziamenti collettivi e individuali (Corte Costituzionale permettendo), gli strumenti approvati dovrebbero effettivamente porre il contratto a tutele crescenti (sulla carta identico a quello a tempo indeterminato, cambiano solo le modalità di risoluzione del contratto di lavoro) al centro delle scelte degli imprenditori e non a caso molte aziende di media-grande dimensione sembra che esprimano un'elevata aspettativa nei confronti della riforma.

Positivi anche gli interventi sui contratti atipici, tranne per il contratto a progetto. Infatti, l'eliminazione di questa formula potrebbe danneggiare quei collaboratori che non figurano nelle eccezioni previste (accordi sindacali, Pa, ecc.), non sono lavoratori subordinati e non vogliono aprire la partita Iva. Quanti siano non è semplice stimarlo, possiamo approssimativamente calcolare circa 50mila professionisti. Di questi, non tutti apriranno una partita Iva, alcuni preferiranno mantenere rapporti di collaborazione occasionale, anche nel caso si superi il massimale previsto dalla legge (pagando ovviamente i contributi aggiuntivi).

Tra le ombre di questa riforma, non si comprende perché creare una tutela per i collaboratori a progetto (Dis-Coll) quando poi si è scelto di cancellare questa forma di contratto, non si comprende perché non si è deciso di creare una tutela unica, una sorta di Universal Credit come nel Regno Unito a cui sommare il cumulo con le indennità di natura assicurativa, le quali sarebbe stato necessario rivedere per sostenere a livello complessivo la misura (si dava meno a tutti, ma si ampliava la platea).

A mio giudizio, tuttavia, qui sfugge il punto centrale di questa riforma: rilanciare l'occupazione. Purtroppo è qui che nasce il problema, già visto anche nei precedenti Governi Berlusconi, Monti e Letta, ovvero la costante convinzione che modificando le leggi sul lavoro automaticamente si crea lavoro: questa assunzione è smentita ovunque, eppure continua a essere accettata come "formula magica", soprattutto dai giuslavoristi che portano avanti queste convinzioni senza analisi empiriche affidabili.

Nel campo dei sociologi e degli economisti finalmente si è certi che l'attuale disoccupazione è causata dalla mancanza della domanda aggregata, e se questa è la malattia la cura trovata (ovvero la regolamentazione) è sbagliata e si continua a sbagliare. In tal senso, per rilanciare l'occupazione, soprattutto giovanile, si doveva dar vita a un programma di liberalizzazioni molto più esteso, producendo un chiaro effetto di confitto tra insider/outsider del mercato del lavoro, non tanto nel lavoro subordinato, ma soprattutto in termini di ordini professionali.

Altro aspetto è quello di riconsiderare completamente l'assistenza ai non-autosufficienti per creare un circolo virtuoso a livello nazionale tra assistenza e collocazione dei soggetti più svantaggiati (in questo campo si sta arrivando al paradosso: con la scusa di maggiore professionalità per svolgere queste mansioni si arriva quasi alla laurea, giusto per ingrassare ancora di più gli enti formativi).