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Lavoro

JOBS ACT/ Il "passo indietro" dei sindacati che pesa sui disoccupati

All'interno del Jobs Act c'è anche la possibilità per i sindacati di diventare Agenzie per il lavoro. Ma le organizzazioni dei lavoratori nicchiano. Il commento di MASSIMO FERLINI

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Nell'ambito dei provvedimenti che formeranno l'attuazione complessiva del Jobs Act vi è la possibilità offerta anche alle organizzazioni sindacali di diventare Agenzie per il lavoro. L'idea riprende e rilancia una proposta che era già contenuta nella Legge Biagi, che riorganizzò le varie forme di Agenzie per il lavoro secondo i diversi livelli di servizi offerti: dalle agenzie generaliste che offrivano tutta la gamma di inserimenti lavorativi, dall'interinale al semplice orientamento, alle agenzie di outplacement a quelle di servizi di supporto alla ricollocazione lavorativa. Già in quell'ambito era prevista la possibilità, per le associazioni di rappresentanza sindacale e per quelle professionali riconosciute, di organizzare, al proprio interno o tramite strutture dedicate, ed erogare servizi per l'occupazione.

Quasi nessuna associazione ha sinora sfruttato questa opportunità, solo qualcuna ha sviluppato, tramite convenzioni con le agenzie riconosciute, sportelli di servizi al lavoro dedicati ai propri associati. La volontà espressa nei provvedimenti del Jobs Act assume però una nuova rilevanza. La riforma degli ammortizzatori sociali abbinata con la riforma dei servizi al lavoro apre infatti un nuovo capitolo per le politiche attive del lavoro. Chi perderà il lavoro avrà diritto a un sostegno economico che sarà però condizionato all'impegno nel cercare un nuovo lavoro tramite le agenzie accreditate e, in caso di rifiuto di nuove offerte di occupazione, sarà penalizzato nel sostegno al reddito. Ossia, ti do un reddito ma in cambio devi attivarti per ricollocarti e ci sono dei servizi ad hoc, pagati dallo Stato, per facilitare questo tuo impegno. Il contratto di ricollocazione va in questo senso e generalizza un sistema che in Lombardia è applicato da anni con buoni risultati di efficacia occupazionale.

Partecipare a questa nuova organizzazione dei servizi al lavoro dovrebbe essere quasi una scelta scontata per le organizzazioni che hanno nel loro dna la tutela dei lavoratori. Abbiamo invece assistito a un balletto di distinguo assolutamente inspiegabile. Dalle organizzazioni sindacali sono arrivati dei no in nome di pregiudizi incomprensibili. Da un lato si è sostenuto che i servizi deve fornirli solo lo Stato, ripetendo l'errore di scambiare un servizio pubblico solo con i servizi dello Stato. D'altro canto non sarà così e tutti ne sono coscienti. Senza una rete di collaborazione fra Centri pubblici per l'impiego e Agenzie per il lavoro non sarebbe possibile avviare un nuovo sistema di servizi per il lavoro capace di affrontare con professionalità l'incrocio fra domanda e offerta di lavoro.

Ma ciò che più emerge è una debolezza politica e culturale. Il sindacato già svolge servizi su delega pubblica. Tutto il sistema dei Caf che assicura i servizi fiscali e pensionistici rappresenta un'iniziativa che opera una sostituzione di quanto potrebbe fare lo Stato in altro modo. Il tema non è quindi la possibilità o libertà di fare servizi al posto di strutture statali. La scelta culturale è di accettare una responsabilità pubblica e si cerca di non affrontare questo problema. Vuole il sindacato occuparsi tramite proprie strutture di ricollocare chi resta senza lavoro, ma assumersi anche la responsabilità di escludere chi cerca di mantenere il sostegno al reddito senza attivarsi per cercare nuova occupazione?