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Riforma pensioni 2015, gli "autogol" della Cgil su flessibilità e legge Fornero

Mentre si discute di riforma delle pensioni, WALTER ANEDDA commenta le richieste presentate al Governo dalla Cgil per modificare la legge Fornero e introdurre forme di flessibilità

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Con un comunicato del 3 marzo, la Cgil chiede al Governo "di aprire al più presto un tavolo per cambiare radicalmente la legge Fornero […] introducendo meccanismi di flessibilità, ma senza prevedere nuovi tagli agli assegni previdenziali". Il sindacato, rilevando la necessità di "abbassare le soglie di età in cui è possibile andare in pensione, poiché quelle attualmente previste sono palesemente insostenibili", ribadisce che l'aumento di flessibilità  non può tradursi in "un ulteriore taglio alla consistenza degli assegni, e quindi di un'operazione pagata interamente dai lavoratori". In ultimo sottolinea la necessità di modificare "l'impianto rigido e punitivo della legge, anche alla luce della irriducibile diversità dei lavori cui questa, invece, si applica in modo uniforme".

Sul punto, non può non constatarsi che, ancora una volta, le tematiche previdenziali sono affrontate con estrema approssimazione e sviluppate con evidenti obiettivi propagandistici piuttosto che nell'interesse proprio dei "lavoratori" cui il sindacato in primis dovrebbe rivolgersi. Come si potrebbe altrimenti giustificare la richiesta di dare la possibilità di andare prima in pensione a prescindere dal costo che questo comporta? Come si può non rilevare il fatto che un maggior onere previdenziale ricadrà inevitabilmente su coorti di giovani lavoratori ancor meno tutelati di coloro che li hanno preceduti?

Leggere che l'eventuale taglio agli assegni di pensione si tradurrebbe in "un'operazione pagata interamente dai lavoratori" fa dubitare del fatto che in Cgil conoscano i fondamentali di un sistema previdenziale a ripartizione, ovvero che - come pare ormai da tempo - il sindacato sia sempre più rappresentativo dei pensionati e pensionandi, ma sempre meno dei lavoratori, con il risultato che esso stesso confonde gli uni con gli altri.

La riforma Fornero sulle pensioni, per quanto criticabile in taluni aspetti di dettaglio, ha comunque avuto il pregio di porre un argine a un sistema che, nella pervicace difesa di privilegi non più sostenibili, continuava a produrre un deficit previdenziale il cui ammontare avrebbe gravato oltremodo sulle generazioni di lavoratori presenti e future. Sostenere oggi che rendere flessibile la riforma pensionistica, attraverso una riduzione dei trattamenti,  rappresenterebbe un onere per i lavoratori è quantomeno paradossale. La realtà, infatti, è diametralmente opposta: qualunque modifica che non tenesse conto della stretta correlazione tra contributi-prestazioni-speranza di vita, riconoscendo trattamenti previdenziali ben al di sopra di quelli attuarialmente erogabili, rappresenterebbe un ulteriore elemento di disequità generazionale, avvantaggiando indebitamente i pensionati/pensionandi a discapito di coloro che -  lavoratori -  dovranno farsi carico degli oneri relativi.


COMMENTI
10/03/2015 - E' una barzelletta vero? (maurizio bearzatti)

Hahaha forse chi ha scritto l'articolo voleva far ridere... Oppure c'è davvero da preoccuparsi se persone così poco informate si mettono a scrivere su argomenti silili. Va subito chiarito, i Governi da quello Monti e i successivi lo hanno detto a più riprese ed in modi diversi, che la riforma fornero serve unicamente a fare cassa non a sanare i conti dell'inps che erano già in equilibrio. Infatti con gli 80 miliardi anno risparmiati si fa tutto, in primo luogo assistenza, tranne che ridarli in pensioni. A ben guardare la cosa mi pare persino anticostituzionale perché seppure obbligatorio il pagamento delle marchette non è una tassazione bensì una forma di assicurazione. Inoltre per i giovani, contrariamente a quanto sostenuto dall'articolo, dal punto di vista economico mantenere in servizio I lavoratori impedisce ai giovani di entrare nel mondo del lavoro così che oltre a non percepire uno stipendio non riusciranno mai ad avere un numero di anni di lavoro sufficienti ad andare in pensione. Siccome col metodo contributivo il numero degli anni è fondamentale per arrivare ad una pensione decente la legge fornero impedirà a tutti i giovani di avere una pensione in grado di farli vivere e questo malgrado i versamenti previdenziali siano pari ad un terzo della retribuzione lorda (credo la più alta del mondo). Non voglio dilungarmi oltre ma credo che se si dovesse definire chi ha scritto l'articolo con una parola non lo si potrebbe fare senza scemdere nel turpiloquio