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Lavoro

Riforma Pensioni 2015 e Inps: quei 100 miliardi che sollevano più di una domanda

Nelle ultime settimane si è tornati a parlare di riforma delle pensioni. WALTER ANEDDA ci segnala alcuni strumenti e dati per giudicare le diverse proposte sul tappeto

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Riforma pensioni 2015. La legge Fornero sulle pensioni non ha terminato di spiegare i suoi effetti che già si parla di riformare la riforma. C'è chi vorrebbe azzerarla completamente e chi invece si limiterebbe a un tagliando di manutenzione; chi ritiene che parte della stessa andrebbe riscritta e chi vorrebbe integrarla per renderla più flessibile. Di certo c'è che nessuno (o quasi) vuole lasciarla così com'è. In più, come da copione, ogni presa di posizione è supportata da dati e statistiche che - a conferma di una nota citazione - sono usate come un ubriaco usa i lampioni: valide più come sostegno che per illuminare.

Se volessimo analizzare tutte queste proposte, la prima discriminante di valutazione la si può riscontrare nell'approccio (politico o tecnico) del proponente alla problematica, che di solito ne contraddistingue anche il fine (consenso popolare o sostenibilità attuariale). La distinzione non è di poco conto se si considera anche che, negli ultimi vent'anni, le più importanti riforme del sistema pensionistico sono sempre state adottate in situazioni emergenziali nelle quali la ricerca del consenso elettorale lasciava spazio alle più concrete esigenze di sostenibilità finanziaria (Governo Amato 1992, Governo Dini 1995, Governo Monti 2011).

In altri termini, in Italia, ogni qualvolta si è agito sul piano pensionistico per garantire maggiore sostenibilità al sistema, attraverso una stretta sui requisiti di accesso o sulle modalità di computo del trattamento, si è agito per mezzo di governi "tecnici" , rilevando così l'atavica difficoltà della "politica" ad assumere decisioni i cui effetti non vadano oltre le successive scadenze elettorali.

Purtroppo il tema pensioni è spesso utilizzato per acquisire maggior consenso politico e le tematiche previdenziali vengono esposte demagogicamente nella cinica consapevolezza che mentre i pensionati e i pensionandi sono fortemente interessati al punto (e quindi positivamente influenzabili nella scelta di voto), le coorti più giovani sono meno attente nella valutazione di riforme i cui effetti (ancorché negativi) si produrranno in anni lontani nel tempo.

Come si spiegherebbero altrimenti mostri previdenziali quali quelli che hanno reso possibile l'andata in quiescenza di alcuni con soli 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di anzianità contributiva? Come si sarebbe potuta giustificare la maturazione di un trattamento previdenziale che, in alcuni casi, ha permesso in soli 2 o 3 anni di pensione il recupero della contribuzione versata durante l'intera vita lavorativa? 

Per questo, la lente attraverso la quale analizzare le diverse proposte dev'essere l'esame degli effetti che esse producono non solo nell'immediato, ma anche (e soprattutto) nel futuro; superando con ciò l'ottica del breve periodo che risulta essere totalmente fuorviante rispetto ai traguardi temporali della previdenza che sono necessariamente di lungo termine. In quest'ottica è fondamentale la strada della trasparenza che ha inteso intraprendere il nuovo Presidente dell'Inps Tito Boeri; la conoscenza dei dati è infatti elemento fondamentale per il decisore ma anche per chi tali decisioni subisce.