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Lavoro

I NUMERI/ Quei "buchi" che spiegano la disoccupazione al 13%

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Quasi identica la situazione occupazionale femminile. Con il 55,5% di tasso di occupazione complessivo possiamo dire che in ampie zone del Paese il lavoro femminile è solo residuale. Nonostante si sostenga da tempo che il contributo lavorativo delle donne è essenziale per lo sviluppo del Paese, i risultati sono quelli del gambero. Poche donne trovano collocazione lavorativa, restano penalizzate negli stipendi e soprattutto poco è stato fatto per sostenere esplicitamente la conciliazione lavoro-famiglia e incrementare posti di lavoro femminili.

Detto ciò, per quanto riguarda i dati Istat sarebbe sbagliato confrontarli con i numeri visti la settimana scorsa. I dati su cui lavora Istat sono costruiti attraverso indagini a campione sull’intera popolazione italiana. Contengono elementi statistici che, seppur con altissimi livelli di sofisticazione, scontano un’imprecisione dovuta all’approssimazione di tipo statistico applicato. Variazioni valutabili allo 0,1 piuttosto che 0,3 hanno un senso solo indicativo. Potremmo dire che non è cambiato niente rispetto al periodo di confronto. Se poi si riferiscono a periodi molto brevi, i 30 giorni di un mese, i cambiamenti di piccola entità registrati hanno ancora meno rilevanza.

I dati del ministero di una settimana fa erano invece dati reali, erano tratti dai movimenti effettivi registrati dalla Comunicazioni obbligatorie che erano stati effettuati nel corso del mese di marzo. Essendo marzo il primo mese di applicazione delle nuove forme contrattuali rendevano evidente come il mercato aveva velocemente recepito le nuove opportunità. Diverso è l’impatto che la nuova normativa avrà sull’occupazione complessivamente intesa. Il tasso di occupazione varia al variare della domanda e quindi dell’aumento della produzione di beni e servizi.

Oggi la politica economica dovrà concentrarsi in queste variabili se vuole ottenere una crescita di occupati e proporsi ad arrivare al 70% di tasso di occupazione. Solo così misureremo anche se il nuovo sistema di workfare disegnato dal Jobs Act è efficace e sostenibile, ossia adatto a sorreggere una nuova rinascita economica. 

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