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Lavoro

SPILLO/ La fabbrica senza operai che metterà in crisi la Cina

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La notizia non è che in Cina spariranno gli operai, ma che per sostenere l'economia i dirigenti sono costretti a fare a meno di essi: come se, almeno fintanto che le manifatture esisteranno, invece, non ci sarà sempre bisogno di qualcuno che sappia costruire un oggetto cui poi lo si potrà vendere. Senza entrate, senza reddito, infatti, chi acquisterà quei beni? La capacità produttiva cinese non potrà certo essere assorbita dal resto del mondo! 

A Pechino e dintorni, cioè, ci si ostina perciò a non vedere come i salari da fame di tecnici e operai specializzati non possano essere il petrolio che droga il mercato e tiene bassi i prezzi dei beni in modo tale da poterli vendere in giro per il mondo. Fabbriche robottizzate da tempo sono sparse per il nostro pianeta, ma a nessuno in Europa è venuto in mente di licenziare 1600 persone su 1800 per guadagnare di più e più in fretta. Forse perché la nostra è una civiltà che, pur tra mille contraddizioni, ha sviluppato un'antropologia decisamente diversa da quella "Pechino style"?

Forse sì, o forse anche perché il problema non è "operai sì, operai no", ma "quale lavoro" per "quale uomo"? Cioè convincerci che il lavoro è una cosa buona, e che senza lavoro ogni uomo rischia di essere un po' meno uomo, un po' meno libero. 

Letta così la notizia cinese sembra meno preoccupante. Almeno fin quando non si fa mente locale a quelle migliaia di esseri umani che si ritroveranno sacrificati non sull'altare della tecnica, bensì sul Moloch del Pil e della Borsa.

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