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Lavoro

SPILLO/ La fabbrica senza operai che metterà in crisi la Cina

In Cina si sta preparando la fabbrica totalmente robotizzata, senza quindi più operai. GERARDO LARGHI ci spiega perché questa strategia rischia di essere controproducente

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Occorre ammetterlo: fa un certo effetto leggere la notizia, riportata da alcuni grandi giornali, che in Cina si starebbero licenziando migliaia di operai perché inutili in una fabbrica ormai "totalmente robotizzata". Ovviamente uno ripensa subito, vista l'età dello scrivente, al Libretto Rosso di Mao, alla Rivoluzione culturale, alle masse operaie liberate dal Grande Condottiero. E poi ancora all'operaismo nostrano, alle parole d'ordine che circolarono allora nel sindacato tutto. Ma anche, in tempo un po' più moderni, ad affermazioni degne di Fatima o di Lourdes e quindi alle visioni mistiche bertinottiane e landiniane di fronte ala classe operaia. In loro nome, in nome delle mitiche tute blu, si è consumata un'intera epoca della nostra storia: movimenti trotzkisti e maoisti, sindacalismo di base o meno, unione degli studenti e degli operai e chi più ne ha più ne ricordi.

Oggi però il punto, se non si vuol scivolare nel sarcasmo parastorico, è un altro: il punto è che le fabbriche vengono robotizzate non per l'abbondanza di manodopera, ma perché in Cina gli operai sono troppo pochi rispetto alla massa che si rivelerebbe necessaria per mantenere bassi i prezzi e quindi competitiva un'economia che invece di puntare sull'innovazione ha fatto dei prezzi il proprio mantra. 

Ciò che avviene in Cina ci dice, in altri termini, che nella grande potenza mondiale sta iniziando un drammatico confronto tra le condizioni di lavoro in cui sono costretti centinaia di milioni di esseri umani e quell'aggroviglio di comunismo e capitalismo selvaggio che ha preso piede in quelle immense terre. Ci dice che la risposta del regime alla richiesta, sempre più pressante, di giustizia che giunge da parte di tanti operai e contadini è semplicemente la loro soppressione. Intendiamoci, non la soppressione fisica delle persone, ma la soppressione della funzione. Il che, a ben vedere, però, a lungo andare rischia di non essere poi tanto diverso.

La seconda economia del mondo, la prima per numero di abitanti, si scopre cioè in balia di una crescita che inizia a rallentare e per rispondere, è costretta a cercare nuove terre da sfruttare (l'Africa equatoriale ormai è un immenso fiume giallo) ovvero a espellere masse di persone dal circolo produttivo. Com'è strano, per me almeno, vedere la Terra Promessa del comunismo trasformata in un girone infernale in preda alle più brutali leggi dell'economia capitalistica!

Perché la cosa bislacca è che ai dirigenti cinesi non sembra nemmeno passare per la testa l'idea che una possibile risposta ai loro (indubbi) problemi, e anzitutto alla necessità di sfamare alcuni miliardi di persone, e, insieme, di assicurare loro uno sviluppo, si nasconda nell'adozione di un capitalismo diverso, meno selvaggio e più umano, nel quale le condizioni di vita dei dipendenti e dei lavoratori non siano tanto drammatiche. Un sistema produttivo, cioè, che scopre il sindacato libero, un mercato regolato, una crescita regolare e non onnivora e cannibalesca.