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REDDITO MINIMO/ Il "modello Naspi" che può aiutare gli italiani (e i conti pubblici)

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Nell'ambito del Jobs Act si riconduce la cassa integrazione al ruolo originario. Mentre oggi è servita, e stante la rapidità e la profondità della crisi non vi era tempo per altri interventi, ad assicurare un'estensione degli ammortizzatori sociali per tutti i lavoratori coinvolti in crisi aziendali indipendentemente dalla possibilità di ripresa dell'azienda, d'ora in poi tornerà a essere strumento di sostegno per progetti di ristrutturazione industriale. L'introduzione della Naspi (e del Dis-coll per chi ha contratti di collaborazione) risponde proprio alla necessità di assicurare un sostegno al reddito in caso di disoccupazione involontaria.

In questo caso si tratta di un'indennità regolata nel valore economico (in rapporto al reddito precedente e con un tetto massimo) e nella durata (massimo 24 mesi con successivi interventi eventuali di altro tipo). Questo sostegno è inoltre vincolato. Chi lo percepisce deve, pena la decurtazione o decadenza dal beneficio, incrementare la propria occupabilità con percorsi formativi e non rifiutare offerte di lavoro che dovessero essere avanzate dall'Agenzia per il lavoro che lo assiste. Il tema è quindi posto molto chiaramente. Il modello lombardo del mercato del lavoro e dei servizi al lavoro funziona così da anni e lo ha reso evidente.

Chi perde il lavoro sceglie un'agenzia che lo accompagni nella ricerca di una nuova occupazione. Ha in questo percorso diritto a una spesa in servizi al lavoro (orientamento, formazione, sostegno nella ricerca occupazione) proporzionale alla sua necessità di recuperare occupabilità. Ha un sostegno al reddito che viene dalla legislazione nazionale. Prima attraverso la cassa integrazione nelle sue diverse articolazioni, oggi attraverso la Naspi.

Il contratto di ricollocazione e la riforma delle politiche attive previste dal Jobs Act indicano un percorso molto simile al modello descritto. I decreti attesi per l'inizio di giugno ci auguriamo recepiscano questa esperienza già testata e che ha dato risultati in linea con i migliori modelli di workfare europeo. Il limite però è che questo modello tutela solo chi è in disoccupazione involontaria, ossia è già entrato nel mercato del lavoro e per cause indipendenti dalla sua volontà si trova disoccupato. Tutti coloro che vogliono entrare nel mercato del lavoro ma non hanno precedenti lavorativi o da tempo sono usciti volontariamente dal mercato e vorrebbero tornarci possono, a seconda della regione di residenza, trovare aiuto per la ricerca di lavoro, ma non hanno sostegno al reddito. Caso classico è quello femminile. Una donna che per qualche anno lascia l'occupazione e poi chiede di rientrare e cerca una nuova occupazione. Visto l'obiettivo di sostenere l'occupazione femminile troverebbe in Lombardia servizi per incrementare la sua occupabilità e un accompagnamento nella ricerca occupazione, ma non avrebbe diritto a sostegno al reddito.

Questo però non sarebbe il reddito di cittadinanza proposto da populismi di destra e di sinistra. Sarebbe come un'universalizzazione della Naspi, con i relativi obblighi, per sostenere tutti coloro che si impegnano nella ricerca di lavoro. Distinguere fra assistenzialismo e nuovo workfare è indispensabile. Ogni confusione ci riporterebbe a sistemi clientelari e a una spesa fuori controllo.

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