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Riforma pensioni 2015 / Ecco perché il rimborso da 500 euro non "salva" Renzi

Prima ancora di una riforma delle pensioni, Renzi ha promesso di restituire a partire da agosto 500 euro a 4 milioni di pensionati. Il commento di MARIO CARDARELLI

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Con una mossa a sorpresa ma capace di mantenere in linea le posizioni di Padoan, di Zanetti e di dare una soluzione all’impiego del “tesoretto” disponibile, Renzi ha battuto il 5. Anzi ha sventolato il biglietto da 500 euro per 4 milioni di pensionati: totale 2 miliardi per un primo sì alla sentenza sull’anticostituzionalita della deindicizzazione delle pensioni, post-riforma.

I 500 euro promessi (“da agosto” probabilmente per dare all’Inps i tempi tecnici per adeguarsi) sono una somma ben più bassa rispetto a quella che risulterebbe dalla piena restituzione degli arretrati: secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, considerando anche le maggiori cifre dovute per il 2014 e 2015 a causa dell’effetto trascinamento (l’aumento della base di partenza da rivalutare), il rimborso integrale vale, per un pensionato-tipo con assegno pari a 3,5 volte il minimo, circa 3mila euro. Per il solo 2012 questo pensionato-tipo avrebbe diritto a 567 euro, che salgono a 630 nel 2013 portando il totale a 1.214. E l’effetto trascinamento fa poi lievitare la cifra, per quest’anno, a 1.229 euro. Resta dunque da capire se Palazzo Chigi e il Tesoro puntano a cavarsela così, rischiando nuovi ricorsi, o se in autunno, con la prossima Legge di stabilità, contano di trovare ulteriori coperture per risarcire il dovuto anche per il secondo anno e i successivi.

Quale la prossima mossa e con quale ispirazione? In strategia è conosciuta come “l’alternativa del diavolo”, cioè la scelta di sacrificare i pochi (2 miliardi solo...) per salvare i molti. Sarà questa la scelta che attende il Governo alla luce delle posizioni assunte dalla Consulta? E nel rispetto, giusto, del principio giuridico assunto dalla Suprema Corte si riuscirà a trovare la “quadra” tra le restituzioni e le risorse disponibili?

In tale contesto di rispetto giuridico si inserisce il giudizio politico dell’equità del dare: nell’immediato sembra un groviglio difficile da dipanare. E quindi, non si può non provare comprensione per il lavoro stressante che obera, per il suo ruolo istituzionale, la Ragioneria Generale, già da mesi caricata da oneri di calcolo e di valutazioni, moltiplicatesi nel tempo e che trovano nelle richieste di riforma il fronte più caldo.

Ma andiamo con ordine rispondendo a una domanda che io ritengo cruciale. In tale contesto, ove si aggiunge il dato (di speranza) fornito dall’Istat sulla crescita, è possibile trovare temporalmente un trade off? Un trade off tra la forzata possibilità di aumentare il potere di acquisto per sostenere il germoglio della ripresa accelerando l’uscita dalla crisi e consolidando passo dopo passo il percorso per rafforzarla e l’equilibrio dei conti richiesto dalla stabilità che di necessità impone virtù? Si può chiedere che questa necessità di virtù non condanni l’Italia a giacere esangue sotto il carico fiscale che nonostante un prevedibile aumento delle entrate resta comunque una leva di manovra? Si badi bene una e non la leva di manovra.

Come si può ben immaginare il meccanismo che attiva e prolunga virtuosamente la ripresa trasformandola in crescita passa attraverso la spendibilità effettiva del potere di acquisto e quest’ultimo identifica il volume che se ne può immettere sul mercato più che la sua composizione, sia essa indicizzazione o meno.