BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

JOBS ACT/ La sentenza che mette a rischio la riforma di Renzi

Infophoto Infophoto

La Corte, infatti, afferma che non solo l’insussistenza del fatto materiale contestato può giustificare la reintegra, ma che essa possa essere disposta anche qualora lo stesso fatto, seppur materialmente sussistente, si risolva in un inadempimento tale da essere trascurabile. In particolare, il licenziamento sarebbe sanzionabile con la reintegra, laddove la violazione, anche se non codificata nelle elencazioni che preludono alle sanzioni conservative, si traduca in un evidente abbaglio del datore di lavoro, o nel suo torto palese, o nella pretestuosità della contestazione, ecc. 

Ora chiaramente le locuzioni come “evidente abbaglio” e “torto palese” hanno una portata talmente ampia e indefinita da non poter avere un preciso significato giuridico. Quel che è certo è che se un giudice, o meglio un collegio, può prescindere dal testo della norma per disporre la reintegra anche laddove il fatto contestato sia materialmente sussistente, allora tale principio potrebbe essere esteso anche al contratto a tutele crescenti, proprio perché l’insussistenza del fatto potrebbe ravvisarsi anche quando lo stesso, pur accaduto, si presenti senza caratteristiche di antigiuridicità o di imputabilità della condotta. 

Un simile ragionamento è pericoloso perché permetterebbe al potere giudiziario di sostituirsi a quello legislativo, che ha manifestato chiaramente la volontà politica di riformare l’articolo 18, escludendo quasi del tutto la reintegra nella nuova tipologia contrattuale. A ben vedere però l’art. 3 del Decreto n. 23/2015 specifica qualcosa di più rispetto alla legge Fornero; perché vi sia reintegrazione il fatto contestato deve essere “materialmente” inesistente, “esclusa ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento”. Rimane dunque da vedere se questa ulteriore precisazione sarà sufficiente a limitare il potere discrezionale dei giudici.

© Riproduzione Riservata.