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Lavoro

JOBS ACT/ La sentenza che mette a rischio la riforma di Renzi

Una recente sentenza della Corte di Appello di Brescia rischia di avere dei contraccolpi sulla riforma del lavoro del Governo Renzi. GABRIELE FAVA ci spiega perché

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Da pochi mesi il Jobs Act ha circoscritto le ipotesi di reintegra in caso di licenziamento illegittimo a fattispecie del tutto residuali. In particolare ai casi di licenziamento discriminatorio, nullo, o intimato in forma orale, oppure, in caso di licenziamento disciplinare, ai casi in cui il fatto materiale contestato non sussiste. Il testo del decreto n. 23/2015, all’art. 3, restringe i casi di applicazione della sanzione estrema della reintegra rispetto all’art. 1, comma IV, novellato dalla Legge Fornero.

Se nella disciplina previgente, infatti, veniva lasciata al giudice una certa discrezionalità - era possibile disporre la reintegra solo ove il fatto contestato fosse insussistente, oppure nei casi in cui il fatto rientrasse tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi o dei codici disciplinari applicabili -, la nuova formulazione appariva molto più stringente. Tanto che si pensava che con un testo così rigoroso fosse la componente discriminatoria a rischiare di venire ampliata al fine di reintrodurre la reintegra nella rosa delle possibili conseguenze del licenziamento infondato, da parte dei soggetti che adivano l’autorità giudiziaria al fine di ottenere una declaratoria di illegittimità del recesso datoriale. 

Queste le premesse alla luce delle quali deve essere letta la sentenza della Corte di Appello di Brescia del 30 aprile 2015. È importante premettere, come peraltro facilmente intuibile vista la cadenza temporale delle norme in questione e della pronunzia in commento, che la sentenza non riguarda direttamente un caso in cui sia applicabile il contratto a tutele crescenti, di cui al citato decreto n. 23/2015, eppure la portata dei principi ivi espressi è tale da renderli astrattamente applicabili anche alla nuova tipologia contrattuale che fa della flessibilità in uscita la propria bandiera. 

I fatti: a un dipendente addetto alla formazione veniva contestata la circostanza di aver tenuto un contegno litigioso e protervo nei confronti dei discendi, tanto da costringere l’azienda, prima a rimuoverlo dalla mansione e poi ad aprire un procedimento disciplinare, comprensivo anche del rifiuto del dipendente di elidere il superminimo a lui garantito proprio in ragione della specifica mansione formativa. La procedura disciplinare sfociava in un licenziamento che il lavoratore impugnava dinnanzi al Tribunale di Bergamo, il quale in primo grado ne disponeva la reintegra. La Corte di Appello di Brescia confermava la sentenza del giudice di prime cure con motivazioni che si possono tranquillamente definire sorprendenti.