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Lavoro

IDEE/ Dalla scuola alla pensione, il Jobs Act "targato" Matteo

MARIO CARDARELLI riprende la sua ultima analisi parlandoci di come si potrebbe ripensare il lavoro in Italia. Con un caso "concreto", quello del giovane Matteo

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"Articolo 1. L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro". Non potevo continuare l’articolo precedente senza partire da questo presupposto. O meglio guardando questo presupposto come un faro. Sì un faro: perché illumina il percorso grazie al quale chi opera sappia che lo fa affinché l'Italia sia e resti una Repubblica democratica.

Qualcuno potrebbe contestare l'interazione tra lavoro e quindi mercato con democrazia e libertà. Sbagliato: è grazie al lavoro che si salvaguarda la dignità e si dà vera sostanza alla libertà (lo afferma papa Francesco uomo venuto dal sud del mondo alla pari di Michael Novak, teologo ed economista che volle andare nel sud del mondo). Qualcun altro invece coltiverebbe, sono le stesse parole, un sogno che in verità è stato già un incubo perché è la declinazione fino al gradino finale dell'Arbeit Macht Frei posto all'ingresso di Dachau. Manca la citazione sul lavoro del periodo stalinista, ma in fondo non è molto lontana da quella germanica.

Non sembrino strane queste affermazioni. In verità sono legate da una linea talmente sottile quasi invisibile, che fanno legame in una trama complessiva al di là delle valenze che le appartengono e che può essere squisitamente discussa in termini economici. 

Ripartiamo dagli "inattivi", individuati nella prima parte e descritti come coloro che non hanno fiducia nella possibilità di trovare un lavoro e quindi non lo cercano. Come potrebbe dire Monsieur Lapalisse, se agisci, la gente comincia avere fiducia che le cose possano cambiare. Non è un caso che gli inattivi siano apparsi per la prima volta nelle statistiche del 2011. Di conseguenza prendendo questo anno come riferimento e approfondimento nonché d'inasprimento del dibattito sul mercato del lavoro, gli inattivi perché sfiduciati, scoraggiati, potrebbero non essere più tali… se non sono in malafede.

Che fare? Da dove partire? Quali proposte avanzare per il lavoro: Modello renano o Modello anglosassone? Le risposte possono essere molteplici, ma una sola è importante qualunque sia il modello. Infatti, se il lavoro viene creato, il Paese che ne beneficia ha - al di là del modello adottato - sia una vocazione imprenditoriale, sia l'intelligenza di sostenerla pragmaticamente. Le politiche che ne discendono sono allora funzionali per far sì che le imprese nascano, prosperino e si moltiplichino. Sono politiche che coinvolgono 5 aree: l'accesso ai fondi, banche o mercato dei capitali che siano, fondi e capitali presenti o attratti dall'estero, il diritto d'impresa, la fiscalità d'impresa, la Pubblica amministrazione con la quale interagisce l'impresa, la struttura dell'offerta di lavoro per l'impresa. È chiaro che la dimensione e la varietà del tema impongono per lo stesso un'economia e quindi una restrizione di trattamento, senza tuttavia privarsi dei riferimenti basilari, e perché no anche teorici.

Un percorso può essere tracciato partendo dal livello teorico e scendendo nel contesto del particolare. Per me livello teorico significa (tralasciando Keynes) partire dal ciclo vitale di Samuelson, che sarebbe quello di Modigliani rettificato dalla presenza delle cosiddette generazioni sovrapposte. In presenza di generazioni sovrapposte, i comportamenti di risparmio e di consumo interagiscono a livello e condizioni di trasferimento sia di stock (eredità anche come risparmio investito o come gioia di ultimo consumo), sia di reddito che diviene reddito di sostegno nelle famiglie con figli adulti, ben noto nel nostro Paese.