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Riforma pensioni 2015/ La "seconda gamba" rimasta ai giovani dopo la sentenza della Consulta

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Quindi io la chiamerei “Cronaca di un buco annunciato”. Non si tratta certo della prima sentenza della Corte Costituzionale in materia, anzi è la quinta o la sesta.

 

Ha senso parlare di equità quando ben pochi degli attuali ventenni vedranno 1.400 euro di pensione al mese?

Il problema non è questo. L’articolo 3 della Costituzione, secondo cui “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”, prevede che il trattamento debba essere uniforme nei confronti di tutti gli italiani. Nelle altre sentenze la fattispecie era analoga. Il Parlamento, su proposta del governo, aveva imposto dei contributi di solidarietà. Ma per la Corte Costituzionale, se c’è bisogno di un maggiore gettito, devono contribuire tutti e non soltanto una categoria.

 

Questa equità non è in fondo un’utopia nel momento in cui abbiamo 8 milioni di pensioni minime?

Il vero problema dell’Italia è un altro, e cioè che abbiamo cambiato il sistema da retributivo a contributivo prevedendo un periodo di transizione di 18 anni, quando in Svezia ne sono bastati tre. E tutto questo su richiesta dei sindacati per salvaguardare tutti i quadri sindacali e tutti coloro che avevano beneficiato della cosiddetta “legge Mosca”. Quest’ultima ha fatto sì che tutti i dirigenti di partiti e sindacati che non avevano pagato contributi fossero regolarizzati sulla base di un’autodichiarazione.

 

Che cosa si può fare per i giovani?

C’è un solo modo per affrontare la questione della pensione dei giovani: occorre abbassare la contribuzione complessiva, per consentire a tutti di avere una “seconda gamba” previdenziale, cioè quella privata.

 

(Pietro Vernizzi)

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